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24 marzo 1944. Eccidio delle fosse Ardeatine.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine avvenne a Roma il 24 marzo 1944. A seguito di un attacco partigiano a un’unità dell’esercito tedesco, vennero uccisi 335 civili italiani nelle cave di pozzolana nei pressi della Via Ardeatina. Insieme alla strage di Marzabotto è uno degli eventi della Resistenza più conosciuti e sanguinosi.

QUADRO STORICO. Nel marzo 1944 Roma è occupata dalle truppe tedesche ed è controllata dalla neonata Repubblica Sociale Italiana. I GAP (Gruppi di Azione Patriottica) erano l’unico braccio armato del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) rimasto a Roma, dopo che le altre organizzazioni partigiane erano state “decapitate” nei rastrellamenti dei tedeschi.

 

Il luogo dell'attacco

L’ATTACCO. L’ordine di compiere l’operazione fu ideato da Giorgio Amendola, rappresentante del Pci presso la giunta militare del Cln. Come obiettivo dell’assalto venne scelta l’ 11° compagnia del III battaglione Polizeiregiment “Bozen”, un reggimento di polizia militare dipendente dalle Ss composto da riservisti (i morti avrebbero avuto infatti fra i 26 e i 43 anni) dei territori di Trento e Bolzano. Nell’ottobre del 1943 infatti le province di Bolzano, Trento e Belluno confluirono del Reich germanico e chi sceglieva la cittadinanza tedesca veniva arruolato nella Wehrmacht o, su richiesta, nelle Ss (come in questo caso). Il reggimento “Bozen” fu scelto a causa della puntualità con cui compiva lo stesso tragitto per ritornare in caserma dopo l’addestramento. Fu scelto come luogo dell’attacco Via Rasella in quanto era una via stretta e con poche botteghe, dove passavano pochi civili che avrebbero rischiato la vita trovandosi coinvolti.

Alle 15.52 quando la compagnia passò da via Rasella (curiosamente quel giorno con due ore di ritardo), un gappista travestito da spazzino (Rosario Bentivegna) azionò un carretto carico di esplosivo. Subito dopo l’esplosione una quindicina di gappisti intervennero sparando e gettando bombe a mano sui militari superstiti. 32 tedeschi (o meglio, sud tirolesi) morirono istantaneamente, 1 poche ore dopo e altri i giorni successivi per le ferite riportate. Il conto totale dei morti fu di 42 soldati uccisi (su 156 componenti la compagnia) e di 2 civili caduti: Chiaretti Antonio (48 anni) e Pietro Zuccheretti (13 anni). Nessun gappista rimase ferito.

RAPPRESAGLIA. La rappresaglia tedesca non si fece attendere e fu brutale. La zona circostante fu rastrellata e numerose persone

Civili arrestati subito dopo l'attacco di via Rasella.

arrestate. Herbert Kappler, comandante della piazza di Roma, decise di far fucilare 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso: essendo morti istantaneamente 32 militari, furono dunque scelti 320 detenuti dal carcere di Regina Coeli, principalmente antifascisti ed ebrei, ma anche reclusi per reati comuni, oltre che alcuni degli arrestati nel rastrellamento. Quando, nella notte, giunse la notizia della morte di un altro soldato ferito vennero scelti altri 10 detenuti, portando il numero di persone da fucilare a 330. Tuttavia nella fretta vennero prelevate dal carcere 5 persone in più, che si decise di fucilare ugualmente per non lasciare testimoni del tutto.

Il 24 marzo dunque venne effettuata l’esecuzione. Dopo aver infierito sui corpi, i tedeschi fecero saltare l’ingresso delle cave per impedire, o per lo meno ritardare, l’accesso al luogo della strage.

NAZISTI. Che fine fecero gli autori della strage? Herbert Kappler fu catturato dagli inglesi e processato nel 1947 dalle autorità italiane. Fu condannato a 15 anni per il furto d’oro della comunità ebraica da lui compiuto, e all’ergastolo per crimini di guerra. Malato gravemente, riuscì a fuggire nel 1977 con l’aiuto della moglie dall’ospedale romano dove era ricoverato. Morì l’anno successivo in Germania. Al suo funerale, alcuni amici salutarono il feretro con in saluto nazista.

Erich Priebke era un ufficiale sottoposto a Kappler e partecipò attivamente alle operazioni. Fuggito in Argentina dopo la guerra, fu rintracciato ed estradato in Italia solo nel 1995. Dopo essere stato incarcerato, passò agli arresti domiciliari e nel 2009 gli fu consentito di uscire di casa “per fare la spesa, andare a messa, in farmacia” e affrontare “indispensabili esigenze di vita”: fatto che suscitò vivaci polemiche nella comunità ebraica italiana.

Herbert Kappler.

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