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Colonialismo italiano in Africa Orientale.

COLONIALISMO IN AFRICA ORIENTALE ITALIANA

INTRODUZIONE

Per questo lavoro di approfondimento, ho scelto di analizzare il colonialismo in Africa Orientale Italiana dagli anni ‘30. Gran parte del lavoro l’ho svolto sulla guida della Consociazione Turistica Italiana (CTI) dell’Africa Orientale Italiana del 1938, su diari e memorie raccolte da Nicola Labanca e su interviste effettuate da Irma Taddia a ex coloni dell’Emilia-Romagna effettuate negli anni ‘80.

Ho deciso anche di non soffermarmi, se non per qualche accenno, alla fase di conquista dell’Impero, alle battaglie e alle operazioni militari compiute dagli italiani: quello che più mi interessa osservare è il dopo, la vita dei coloni, la colonizzazione demografica, il rapporto con la popolazione locale, le infrastrutture, le esperienze lavorative, i tentativi di pianificazione agricola e industriale, i patimenti dei militari durante l’invasione dell’Abissinia che trapelano dai loro diari. Insomma confrontare gli aspetti di vita quotidiana con ciò che il regime fascista prometteva e propagandava sul territorio nazionale.

 

ARRIVO

Gran parte degli italiani che avessero voluto giungere via nave in Africa  Orientale Italiana (in seguito “Aoi”) avevano a disposizioni un buon numero di piroscafi e motonavi che partivano da Genova o Trieste per poi fare tappa rispettivamente a Napoli-Messina e a Venezia-Brindisi; il viaggio poi proseguiva verso il canale di Suez e l’arrivo a Massaua, primo importante porto dell’Aoi era previsto in genere dopo 5-10 giorni dalla partenza. Alcune imbarcazioni proseguivano poi ad Assab, secondo porto d’Eritrea, a Gibuti (territorio francese) e infine Mogadiscio e Chisimaio, ultima città italiana, al confine con il Kenya. A quest’ultima località si giungeva al diciottesimo giorno di viaggio. Facile comprendere perché l’Eritrea fosse il luogo dove gran parte degli italiani sbarcavano.

Tuttavia, la CTI segnala anche altri itinerari: via auto o via ferrovia dalla Libia attraverso Egitto e Sudan (lunghissimi e incerti) oppure per via aerea. Per via aerea la partenza era prevista a Roma e i successivi scali a Siracusa, Bengasi, Il Cairo, Wadi Halfa, Karthoum, Kassala e arrivo alla capitale dell’Eritrea Asmara dopo 3 giorni e mezzo o, proseguendo, ad Addis Abeba in 4 giorni. Confrontando i prezzi, è comprensibile capire perché tutte le persone comuni utilizzassero solamente la linea marittima. Il viaggio in aereo costava 4.500 lire per Asmara e 6.000 lire per Addis Abeba. Il viaggio in nave (terza classe) costava 1,025 lire per Massaua. Da Massaua ad Asmara in corriera si spendevano altre 55-78 lire e da Asmara alla capitale imperiale Addis Abeba (cinque giorni di viaggio) si spendevano fra le 702 e le 1.080 lire: con meno di 2.000 lire si poteva raggiungere il cuore dell’Etiopia. Da ricordare che in Italia lo stipendio di un impiegato di posta era 250 lire al mese.

 

COLONIZZAZIONE

Secondo i piani di Mussolini, dopo la conquista dell’Etiopia sarebbe stato avviato un imponente piano di emigrazione di cittadini italiani con le rispettive famiglie in Libia e nel Corno d’Africa. La CTI indica quattro tipi di colonizzazione per l’Aoi: 1) colonizzazione demografica, diretta “Enti di Colonizzazione”: l’ente invia un «forte numero» di capifamiglia che dopo un anno sono raggiunti dai familiari; 2) colonizzazione a tipo capitalistico su iniziativa di grandi proprietari terrieri e industriali, i quali avrebbero potuto ottenere manodopera indigena diretta da nazionali; 3)colonizzazione a tipo industriale: svolta da compagnie che coltivano piante industriali (cotone, caffè) le quali avrebbero potuto ottenere manodopera indigena inquadrata e diretta da tecnici ed esperti nazionali; 4) piccola colonizzazione: 10-15 ha di terra destinati a veterani e operai che erano stati impegnati nella conquista dell’Impero, come avveniva dopo le antiche conquiste romane.

Nonostante le difficoltà agricole che incontreranno i coloni, le possibilità del suolo etiopico vengono descritte dalla CTI come ottime perché il suolo è «non dissimile» da quello italiano, «spesso anzi superiore per fertilità e perciò adatto alla colonizzazione demografica italiana». Ma è da notare la chiara impostazione di regime presente nella Guida dell’Africa Orientale Italiana: l’introduzione è scritta dal Sen. Carlo Bonardi, le pagine relative a località etiopiche dove l’esercito italiano ha combattuto («luoghi sacri alla memoria») ospitano la descrizione della battaglia con toni di superiorità nazionalistica descrivendo l’eroismo degli italiani e la viltà dei nemici; inoltre tra le collaborazione spiccano quelle del comandante militare dell’Aoi Ugo Cavallero, del Capo di Stato Maggiore Italo Gariboldi, dell’Opera Nazionale Combattenti e del Partito Nazionale Fascista.

Tuttavia la colonizzazione in Etiopia non sarà mai imponente, specialmente per la breve durata dell’assoggettamento a Roma, essendo esso terminato nel 1941. Difficile anche trarne dei dati importanti dalla Guida dell’Africa Orientale Italiana, poiché fu scritta solo due anni dopo la conquista. In ogni caso, alcuni dati significativi si possono cogliere osservando la concentrazione di italiani che è descritta in termini numerici presso ogni villaggio o città che vengono menzionati. Oltre agli oltre 17.000 nazionali di Addis Abeba, si può notare la presenza di sparuti gruppi di italiani solamente nelle città principali: Gimma (nei pressi della quale erano presenti due colonie agricole), Gondar e alcune località presso il confine eritreo, come Axum o Macallè. Se la tendenza fosse rimasta la stessa, si può immaginare una colonizzazione presso le città più grandi e dotate di servizi.

Nonostante fosse occupata già dal secolo precedente, a inizio ‘900 l’Eritrea contava poco più di 3.000 italiani, quasi tutti ad Asmara. Con la pianificazione della guerra in Abissinia si assisté a un vero boom: nel 1938 la Guida dell’Africa Orientale Italiana segnalava 53.000 nazionali ad Asmara, 4.907 a Massaua, 800 ad Assab, 700 a Cheren, 168 ad Agordat.

In Somalia la colonizzazione era numericamente più ridotta. 20.000 italiani erano segnalati a Mogadiscio, 200 al Villaggio Duca degli Abruzzi e piccoli gruppi di non oltre cento unità a Merca, Vittorio d’Africa e Chisimaio. Alcune decine di italiani erano presenti in località agli incroci di snodi stradali o sulla costa.

 

INFRASTRUTTURE

La Guida dell’Africa Orientale Italiana informava che prima della conquista italiana vere strade non fossero presenti. Lo sviluppo infrastrutturale iniziò con l’invasione dell’Etiopia e nel 1938 risultavano ultimate le strade Massaua-Asmara-Addis Abeba (Strada della Vittoria), Asmara-Adua-Gondar, dunque la rete che collegava la colonia Eritrea (più sviluppata e colonizzata) con la regione etiopica nord-orientale giungendo alla capitale imperiale. Il resto dell’Etiopia era fortemente carente di strade e ferrovie. Tuttavia erano in progetto percorsi di collegamento tra Addis Abeba e Mogadiscio, oltre che con Gimma (capoluogo della regione amministrativa occidentale) e altre località di minore rilevanza. Il costo totale sarebbe stato di 1 miliardo e mezzo di lire.

 

LAVORO

Nonostante le promesse del successo agricolo, il settore primario in Aoi non si sviluppò mai come sperato, soprattutto in Etiopia dove si puntava a un forte stanziamento agricolo. Irma Taddia ricorda che l’Opera Nazionale Combattenti fu il primo ente a impegnarsi nella colonizzazione agraria aiutando 200 coloni nei pressi di Addis Abeba. In seguito sorsero anche enti regionali che aiutavano i pionieri, ma con scarsi risultati. Le difficoltà maggiori sorsero per la mancanza di infrastrutture e per la carenza di case. Inoltre alcune terre si mostrarono poco atte alla coltivazione, non permettendo dunque al colono di guadagnare una somma necessaria a ripagare gli aiuti concessi dagli enti. Altre complicazione furono la mancanza di appezzamenti (non si volevano espropriare quelli appartenenti agli abissini per non “irritarli”), l’alto costo delle abitazioni, i lunghi tempi burocratici, la scarsità di macchinari adeguati, oltre che il clima che in alcune vaste zone era poco idoneo alla coltivazione.

Più fortuna trovarono coloro che invece lavorarono nel settore dei servizi. R. G., di Lugo, in provincia di Ravenna, lavorò ad Addis Abeba negli uffici di un’impresa edile guadagnando 1.200 lire al mese, che, come ricorda egli stesso, «era un buonissimo stipendio»: in tre anni mise da parte 40.000 lire. S. G. di Mirandola (MO) era militare a Mogadiscio nel 1935 e, come molti suoi commilitoni, restò in colonia dopo il congedo. Lavorò come meccanico smontando le auto non più funzionanti per recuperarne i motori con un compenso di 2.000-2.200 lire mensili. Sulla Somalia conclude che «allora Mogadiscio era una bella città, dove si stava molto bene. […] Ci ritornerei, a patto di trovare i tempi di allora». A Mogadiscio trovò un ottimo impiego anche il messinese Giuseppe Vaglio, che fu assunto come barista presso l’Opera Nazionale Dopolavoro per 2.200 lire al mese più le mance. Quando glielo comunicarono disse: «Pensando che a Palermo prendevo solo 200 lire al mese sentii un tremolio alle gambe».

 

Lavorare per le infrastrutture

Dunque, parte degli emigranti che avevano intrapreso l’attività agricola decidevano di fare rientro in patria piuttosto presto, oppure si

Francobollo italiano rappresentante l'aquila imperiale che assoggetta il leone, simbolo dell'Africa.

dedicavano ad altri tipi di attività. Due furono quelle che costituirono la principale valvola di sfogo della cronica disoccupazione italiana: l’operaio nei cantieri di costruzione delle infrastrutture in Etiopia e il camionista.

La prima fu importante per l’enorme quantità di lavoro necessario, che quindi fornì lavoro a molti migranti. La Guida dell’Africa Orientale Italiana informava che tra il dicembre 1936 e il dicembre 1937 furono impiegati «fino a 63.530 operai nazionali, 43.720 indigeni e 10.680 sudanesi e yemeniti».

La diaristica degli uomini impegnati in questo lavoro ci permette di averne un’idea più chiara. Le condizioni di lavoro appaiono difficili. Liberto Micheloni, comandante di un gruppo di artiglieri assorbiti nel Genio militare, fu impegnato nei pressi di Adua e scrisse: «i miei uomini sbuffano; il lavoro è massacrante, i viveri non arrivano, l’acqua scarseggia». Domenico Comba invece raccontò nel suo diario di aver partecipato alla guerra d’Abissinia e di essere rimasto a lavorare in una ditta che costruiva una strada nel Nord-Est etiopico, restandoci fino al 1941, quando fu preso prigioniero dagli inglesi. E. P., un romagnolo della provincia di Ravenna fu assunto in un cantiere della strada Asmara-Addis Abeba, ma si lamentò delle condizioni di lavoro: pagato molto meno delle promesse, negli anni ’80, quando fu intervistato, disse: «Eravamo scontenti. Si mangiava male, molto. A volte c’erano anche vermi nella minestra, e per questo motivo mi vennero malattie intestinali». Ritornato in Italia nel 1937, dopo un anno di Africa e senza che la ditta versasse il corrispettivo promesso, di fronte alla continua disoccupazione, si arruolò nelle Camicie Nere e finì in Libia. Il modenese L. B. partì nell’aprile del 1936 per l’altopiano etiopico per lavorare nelle Centurie militarizzate fasciste, seppur lui fosse civile, alla costruzione delle strade al seguito dell’esercito. L. B. vide anche i cadaveri degli etiopi uccisi dai gas usati nella guerra e raccontò di numerosi attacchi dei ribelli al cantiere dove lavorava, oltre al fatto di aver patito fame e sete. Più sconvolgente la memoria di G. T., un ravennate che andò in Etiopia nel 1935 e fu presente all’assalto dei ribelli etiopi al cantiere di Mai Lahlà il 13 febbraio 1936 che provocò la morte di 85 tra operai e ingegneri: fu il più sanguinoso assalto ai cantieri italiani. Tornato una seconda volta al medesimo lavoro in Etiopia nel 1937, decise di rimpatriare due anni dopo quando il suo cantiere fu ancora una volta attaccato: «Visto che ero scampato due volte e la terza, pensavo, mi sarebbe per forza andata male». Tuttavia la ditta per cui lavorava lo pagò con regolarità fino a 60 lire al giorno, contro le 10-12 dell’Italia: riuscì a risparmiare in due anni 30.000 lire, per l’epoca una cifra molto alta.

Dunque, per alcuni operai, i cantieri dell’Aoi furono occasioni di guadagni anche abbondanti, ma in condizioni di vita precarie, se non pericolose o pessime. Altri operai non furono così fortunati, anche a causa dei mancati pagamenti delle ditte che li assumevano.

 

La seconda occupazione in Aoi su cui mi soffermo è quella del camionista. Il motivo per cui appare interessante tale attività è il lauto guadagno che era possibile ottenere: Visto che l’unica ferrovia esistente in Etiopia era la tratta Addis Abeba-Gibuti, tutti i carichi destinati al cuore dell’Impero contenenti forniture provenienti dall’Eritrea dovettero essere trasportati via camion.

G. T., già prima menzionato, dopo essere sopravvissuto all’eccidio di Mai Lahlà, nell’ultimo periodo in Africa fece il camionista e raccontò che per un viaggio si potevano guadagnare 8-10.000 lire. Camionista fu anche V. B., della provincia di Modena, operante sulla linea Massaua-Addis Abeba (viaggio di 15 giorni). Tuttavia egli raccontò di non aver avuto grossi guadagni, ma intraprese questa attività perché comunque più remunerativa di quella militare che lo aveva impegnato precedentemente: da soldato intascava 5 lire al giorno. P. B. di Lugo, andò in Africa come meccanico di camion. Raccontò che per un viaggio Massaua-Gondar nel 1936 si potevano prendere anche 25.000 lire, che in Italia erano sufficienti per comprare «due o tre case». Appena giunto al porto di Massaua fu testimone della felice situazione economica dei camionisti: appena sceso, fece un lavoro di un’ora al porto per un camion, un lavoro che in Italia sarebbe costato «non più di 3-4 lire». Tuttavia, P. B. raccontò: «Quando il proprietario del camion mi chiese cosa mi doveva dare per il lavoro, io ridendo domandai mille lire; questi me li diede senza battere ciglio, anzi si stupì della modicità del prezzo. Cominciavo a credere a quello che mi raccontavano dell’Africa Orientale». Ciò fa intuire che in Italia giunsero soprattutto le voci di chi aveva tratto forti guadagni. Restò poi come meccanico ad Asmara fino al 1966 guadagnando bene.

Meccanico era anche W. M., della provincia di Modena, che poté affermare che «chi aveva dei debiti a casa, in Africa riusciva a pagarli, col suo lavoro» e che guadagnava parecchio, «molto più che in Italia». Il camionista ravennate O. G., disoccupato in Italia, andò in Etiopia come autotrasportatore per conto del Genio militare per due anni. Con le 14.000 lire risparmiate, al ritorno in Italia aprì un’officina. A.M., di Lugo, lavorò invece come cameriere in un ristorante che era un punto di ritrovo per camionisti. A suo dire, «lasciavano molte mance».

 

Dunque, chi lavorò nell’ambito delle infrastrutture o dei servizi fu testimone di discrete fortune. Tuttavia non bisogna dimenticare tutti quelli che cercarono guadagni in terra africana in altre attività e che ci rimisero parecchio tempo e molto denaro, cosa frequentissima fra i coloni agricoli. Molti furono anche coloro che in Aoi cercarono l’ “America” sull’onda dell’entusiasmo della retorica fascista, senza ottenere invece nulla. Agatina Ajello, residente con la famiglia a Bengasi, in Libia, raccontò nel suo diario che il padre e altri operai andarono ad Asmara, in Eritrea, per «qualche anno – a far fortuna – dicevano; poi tornarono a Bengasi, cantando Faccetta nera e le tasche sempre vuote».

 

VITA MILITARE

Durante gli anni del Fascismo, una fetta considerevole degli italiani che misero piede in Aoi furono soldati del Regio Esercito, delle Camicie Nere oppure degli operai militarizzati impiegati nella guerra d’Abissinia. La vita quotidiana dei militari descritta nei loro diari e nelle loro memorie è ricca di timori, paure, privazioni, difficoltà e sofferenze. Giuseppe Morettini partecipò alla battaglia dell’Amba Aradam:

 

Dicevo sempre «Signore, fatemi morire il giorno dopo che son tornato a casa, ma non fatemi morire su questa terra». Queste parole le ho ripetute tutti i giorni che son rimasto su quella terra. […] La sera si arrivava sempre molto stanchi, tutti bagnati di sudore. C’erano alcuni miei compagni più robusti di me che cascavano in terra come foglie. […] Passavano i mesi senza lavare mai le mani e neppure il viso, perché acqua non ve ne era. Eravamo pieni di pidocchi.

Il tutto per «una quindicina di lire al mese».Lo stesso racconta Luigi Marini, un fante che combatté sull’Amba Alagi e patì la sete e la fame, senza vedere più pane, mangiando solamente «gallette ammuffite e qualche scatoletta» indossando vestiti a brandelli e scarpe rotte. Un ricordo brutto dell’Africa lo ebbe anche il ferrarese M. D.: «noi [militari] invece con la nostra paga non riuscivamo a vivere. Neppure ci è servito per la pensione, i contributi si sono persi». Il bersagliere A. G. ricordava che durante l’offensiva in Etiopia «l’esercito italiano era sempre a corto di viveri».

Alcuni, oltre a descrivere i soliti patimenti di fatica, caldo, sete e fame che accompagnano i ricordi di tutti i veterani, si soffermarono ad analizzare il nemico abissino, spesso descritto come fiero, coraggioso, anche se barbaro. Tutto sommato ne traspare una certa stima e ammirazione per aver condotto una guerra con armamenti deficitari, spesso solo con lance o scimitarre con cui partivano all’assalto delle mitragliatrici italiane cercando di decapitare il nemico, azione che molto impressionò i soldati italiani.

Anche fare il militare in Africa fu quindi un impiego per fuggire alla disoccupazione in Italia. Significativo fu il commento del veneziano Luigi Pilosio, che lamentandosi delle pessime condizioni di vita in cui versava l’esercito scrisse «Siamo in Africa per dare un pezzo di pane ai figli, non per girarla, per sport».

 

RAPPORTI CON GLI INDIGENI

Il rapporto con la popolazione locale appare controverso. Il razzismo ci fu in Aoi: distinzione di razze ed etnie, differenziazioni salariali, diversificazioni di luoghi pubblici e di servizi. Già nel 1937 nell’Etiopia appena occupata (ma anche nel resto dell’Aoi) venne introdotto un sistema razziale che prevedeva una netta separazione di vita fra popolazione bianca e popolazione nera. Il terrore di Mussolini era quello di assistere alla diffusione del fenomeno del meticciato. A questo proposito risulta interessante osservare cosa suggerisce la Guida dell’Africa Orientale Italiana nel 1938 ai lettori: «Data la scarsa pulizia e la diffusione di varie malattie tra gli indigeni, si consiglia di limitare i contatti con essi o la permanenza nelle loro capanne al minimo indispensabile. […] Sono noti i provvedimenti presi dal Governo Fascista per la difesa della razza e per evitare la formazione di un deprecabile meticciato». Meticciato che tuttavia continuò ad esistere per tutto il periodo coloniale: non bisogna dimenticare che molti italiani in colonia erano soldati senza moglie o con famiglia lontana in Italia; la presenza femminile in colonia, specialmente nell’Aoi fu molto limitata.

Tuttavia è utile distinguere bene cosa si intende per “razzismo”. Dalle testimonianze dirette dei coloni, sembrerebbe che esso fosse poco presente nell’italiano comune in Aoi. Generalmente molti diari e memorie fanno riferimento agli indigeni senza disprezzo per la loro propagandata “inferiorità” biologica o culturale. Anzi, tanti italiani si affezionarono o instaurarono amicizie sul luogo di lavoro con gli africani; in altri casi si affermava che di razzismo non c’era traccia Eppure i coloni stessi riferirono della diversa paga per un nazionale e per un indigeno, della diversa frequentazione dei luoghi pubblici, dei servizi di trasporto, dei diversi compiti militari degli ascari: queste sono evidenti forme di razzismo, ma forse inconsciamente non riconosciute dal colono comune. Il comandante di ascari Espedito Russo scrisse: «Loro sanno che per il colore sono a noi inferiori», tuttavia non riserva a loro parole di odio degne del più cieco razzismo: «Più volte mi dicono – tu essere mio padre – oppure – tu essere mio signore. Mi vogliono bene, e anche io sono affezionato a loro».

Gli operai che lavorarono alla costruzione delle infrastrutture lasciarono scritto nei diari o nelle lettere a casa di lavorare gomito a gomito senza difficoltà con i locali. Tuttavia mentre un italiano poteva guadagnare dalle 35 alle 60 lire al giorno, gli indigeni non superavano le 5 lire, come ricorda C. T., della provincia di Ravenna, lavoratore in Etiopia. Disse anche che i «rapporti con loro – come anche con la popolazione dei villaggi vicini – erano ottimi. Molte volte gli africani venivano a mangiare alla nostra mensa». Rapporti buoni quindi con i lavoratori etiopi al servizio degli italiani e con le popolazioni delle più pacificate Somalia ed Eritrea. Da prestare attenzione però al fenomeno dei ribelli in Etiopia: contro di loro la repressione fu durissima, specialmente dopo l’attentato al generale Graziani, avvenuto il 19 febbraio 1937.

Giuseppe Vaglio, barista a Mogadiscio, fu invece testimone nel 1936 delle imposizioni alla popolazione locale del Governatore (a quel tempo probabilmente proprio Graziani):

 

Mentre camminavamo sul marciapiede, notavo che i somali, al nostro passaggio, si fermavano e ci salutavano romanamente. Incuriosito, chiesi a N. spiegazioni e lui mi rispose che il Governatore aveva dato ordine alla popolazione locale che al passaggio di un italiano si dovevano fermare a salutarlo in segno di rispetto e sottomissione. Inoltre ai somali non era permesso camminare sul marciapiede quando era occupato da un italiano.

 

In generale, si può quindi affermare che la legislazione fascista, dopo aver condotto le operazioni belliche in Abissinia senza rinunciare a veri e propri massacri e all’uso dei gas, senza quindi il minimo rispetto della popolazione locale, pensò e cercò di attuare un regime di apartheid, favorendo l’odio razziale. Tuttavia, non ci riuscì del tutto: la suddivisioni delle città in quartieri italiani e quartieri indigeniavvenne, ma, oltre a casi di amicizie, sono noti i casi di stretti rapporti tra uomini italiani e donne locali. Dalle memorie e dai diari giunge voce di questo fenomeno diffusissimo che causò il «deprecabile meticciato». Probabilmente i semplici coloni non assorbirono del tutto l’odio razziale che il regime voleva imporre in terra d’Africa.

Casi di violenze ai danni degli indigeni da parte di italiani furono comunque registrati, sfatando il mito generalmente diffuso di «italiani brava gente». Tuttavia qualche volta è difficile distinguere se fossero fatti generati dall’odio razziale propugnato dal Fascismo, oppure se da classificare come “violenza qualunque” oppure (nella Guerra d’Abissinia) tra le brutalità che ogni conflitto trascina con sé. Manlio La Sorsa, pugliese, il 6 maggio del 1936 registrò un «orribile fattaccio» causato da un «vile» soldato telegrafista del Genio: dopo aver violentato una donna etiope, uccise un parente intervenuto per difenderla. Tuttavia La Sorsa commentò così: «Lo sdegno e il disgusto verso questo bruto è stato enorme. Gli stessi suoi compagni l’avrebbero voluto impiccare davanti alle famiglie offese e rattristate dal lutto».

 

Ascari

Un discorso a parte merita il rapporto con gli ascari, ovvero le truppe composte da indigeni, principalmente eritrei, che servirono l’Italia fino alla fine della Seconda guerra mondiale. M. D., di Ferrara, raccontò che le truppe indigene negli scontri erano «mandate avanti»: si può quindi intuire che in caso di pericolo si preferiva sacrificare la vita degli ascari piuttosto che quelle dei soldati nazionali. Probabilmente fu questo il motivo dell’elevato numero di ascari caduti in ogni battaglia o scaramuccia in confronto ai caduti del Regio Esercito. Gli ascari erano inquadrati in formazioni in cui gli unici italiani presenti erano gli ufficiali. Furono ampiamente utilizzati nella campagna d’Etiopia insieme agli Spahis, soldati a cavallo indigeni della Libia italiana, conosciuti per la loro violenza (tollerata dagli italiani) nelle azioni antipartigiane.

Il comportamento degli ascari fu gradito dai loro comandanti italiani, e ciò traspare nei loro racconti. Il padovano Luigi Muzio Conti

Gruppo di truppe indigene. Da notare a sinistra l'unico italiano, il comandante.

comandò un reparto di mercenari eritrei e somali cercando di conquistare la loro stima e il loro rispetto senza «offendere nessuno dei gruppi etnici» che formavano la banda e comportandosi in maniera leale verso i suoi sottoposti. Anche il trentino Giovanni Strobele comandò un gruppo di ascari eritrei ed etiopi descrivendoli come «seri, precisi, pieni di iniziativa». Luigi Pilosio invece li ammirò dal punto di vista militare: «con noi è una compagnia d’ascari che fan[n]o la guardia. [..] Questi gregari dalla vista e udito molto fino [sono] silenziosi e capaci di restare giorni senza cibo [e] senza acqua». E durante un pasto con loro: «Si vedeva anche sotto la pelle, nera, che avevano un cuore nobile».

Nonostante questa stima reciproca, Nicola Labanca mette in guardia dal modello della fedeltà dell’ascaro: le diserzioni e gli abbandoni del posto di combattimento a suo dire appaiono in «quantità elevatissime». Questo avvenne perché si trattava spesso di soldati mercenari a contratto, inquadrati in bande irregolari e non sempre in reparti del Regio Corpo Truppe Coloniali. Inoltre, erano senza la possibilità di fare carriera militare: al massimo un ascaro poteva diventare sottufficiale e comandare solamente altri ascari. Il piemontese Roberto Modena raccontò della diserzione nel 1940 di due suoi attendenti ascari. Riferì che fino a quel momento erano stati molto fedeli, ma in seguito (probabilmente per le difficoltà in Aoi della Seconda guerra mondiale) tanti furono gli indigeni che abbandonarono i reparti militari uccidendo i loro ufficiali italiani. Raccontando di uno dei due attendenti, Modena ne risulta davvero rammaricato: «Gli volevo bene e gli ero affezionato, […] mi accudiva non come un attendente, ma come un fratello. […] Era pulito e gentile, sempre pronto al mio ordine, era intelligente e coraggioso. La sua diserzione mi ferì».

 

CONCLUSIONE

Durante il Fascismo, il ruolo principale dell’Impero avrebbe dovuto essere la colonizzazione agricola per indirizzare in colonia la disoccupazione presente sul suolo metropolitano e al tempo stesso sviluppare l’economia autarchica dell’Italia fascista importando dall’Aoi cereali, prodotti agricoli e materie prime. Il tentativo però riuscì solo pallidamente.

Il militare vicentino Sergio Botta nel suo diario emblematicamente si domanda

 

con quale contropartita si è fatto tanto spreco di vite umane, di materiale e di opere gigantesche per impossessarsi di un’immensa quantità di rocce e di aridi terreni neppure adatti all’allevamento di caprini. […] Si è fatto quel vasto Impero che nell’avvenire potrà magari diventare un’insaziabile sanguisuga nazionale.

 

BIBLIOGRAFIA

Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938 (XVI).

Patrizia Dogliani, Il Fascismo degli italiani. Una storia sociale, Utet, 2008.

Nicola Labanca

Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002.

Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d’Africa, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto, 2001.

Irma Taddia, La memoria dell’Impero. Autobiografie d’Africa Orientale, Piero Lacaita Editore, Manduria, 1988.

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