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Quando il deserto restituisce gli aerei dispersi durante la guerra.

Durante la Seconda guerra mondiale, furono molti gli aerei militari di cui si persero le tracce. Tralasciando quelli che furono abbattuti in azione o che si inabissarono nei mari sui quali si combatteva, altri compirono atterraggi di fortuna nel deserto nordafricano dopo aver perso la rotta senza che l’equipaggio riuscisse a contattare la base. Solo decine di anni dopo il conflitto i resti del velivolo (e degli equipaggi) sarebbero stati ritrovati. A seguire la storia di un equipaggio italiano.

S.79 MM 23881 Questo è il numero di matricola di un bombardiere/aereosilurante italiano (il Savoia-Marchetti S.M. 79 “Sparviero”) della 278a squadriglia di stanza a Pantelleria e a Bengasi (Libia). Nell’aprile 1941 l’equipaggio del velivolo arrivò da Catania alla base italiana di Bengasi e poco un giorno partì per una missione. Obiettivo doveva essere un convoglio inglese pesantemente scortato che stava navigando a sud dell’isola di Creta. Vennero preparati due velivoli: il primo partì regolarmente, colpì un piroscafo da 8.000 tonnellate e ritornò alla base. Il secondo, comandato dal capitano Oscar Cimolini, ebbe un ritardo nella partenza e, una volta decollato alle 17.25, fece perdere le sue tracce.

Il 21 luglio 1960, alcuni tecnici della Eni, percorrendo la pista Gialo-Giarabub, in pieno deserto libico orientale, si imbatterono nello scheletro di un uomo. Dalla divisa sembrava un aviere italiano e portava ancora delle chiavi con una piastrina di riconoscimento con scritto S.79 MM 23881. Intorno all’uomo c’erano una borraccia, un binocolo, una pistola lanciarazzi e il bossolo di una cartuccia: segno di aver tentato, come ultima speranza di sparare un razzo nel cielo, confidando di essere localizzato. La sua targhetta di riconoscimento lo identificava come Giovanni Romanini, primo aviere di Parma, appartenente appunto all’equipaggio del MM 23881 del capitano Cimolini.  È un mistero il modo in cui quest’uomo possa essere finito nell’interno, a circa 400 Km da Bengasi, tanto più visto che intorno non c’erano resti di nessun aereo.

Il 5 ottobre dello stesso anno, un’altra squadra ritrovò a 90 km dallo scheletro di Giovanni Romanini la carcassa di un aereo, la cui forma ricordava chiaramente quella dello Sparviero e che recava ancora il numero di matricola: lo stesso dell’aereo del capitano Cimolini. L’aereo era tutto sommato in buono stato e nelle vicinanze del relitto vennero trovati resti umani, due berretti, qualche strumento. I poveri resti furono recuperati dagli uomini dell’AGIP e consegnati al Consolato italiano di Bengasi. Ma come ha fatto l’aereo a finire a 400 km da Bengasi e a 500 km dall’obiettivo?

Probabilmente, una volta attaccato l’obiettivo, l’aereo si preparò a fare ritorno alla base di Bengasi. Tuttavia, per evitare di sorvolare Tobruk, in quei giorni ancora in mano ai britannici, il capitano Cimolini decise di virare verso sud. Tuttavia, in quella regione soffia spesso un vento fortissimo da nord-ovest che potrebbe aver fatto perdere la rotta all’equipaggio, giunto da appena un giorno in Africa e non ancora esperto della zona. Inoltre, essendo decollato quasi al tramonto, si smarrì quando sicuramente era già buio e non si poteva distinguere se si stesse sorvolando il mare o il deserto. Spinti sempre più fuori rotta dal vento e, probabilmente con la radio non utilizzabile, una volta finito il carburante avvenne l’atterraggio d’emergenza. In seguito, l’aviere Romanini andò in cerca di aiuto nel deserto, dove avanzò per diversi giorni, prima di cadere a terra esausto e sparare il razzo di segnalazione. I compagni, probabilmente rifugiati all’ombra dell’ala, attesero invano soccorsi.

Ecco l’equipaggio dell’ MM 23881

Cap. pil. di complemento Oscar Cimolini, nato a Trieste d 26/ll/1908;
Ten. vascello oss. Franco Franchi, nato a Fiume il 11/10/1912;
Mar. pil. Cesare Barro, nato a Conegliano Veneto il 16/5/1914;
Serg.Magg. marc. Amorino De Luca, nato a Frascati d 7/2/1915;
1° av. mot. Quintilio Bozzelli, nato a Pistoia il 5/5/1915;
1° av. arm. Giovanni Romanini, nato a S. Paolo (Parma) il 28/10/1916.

 

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Commenti (3)

  • francesco perri

    mi verrebbe da dire che ai tecnici dell eni va riconosciuto lo stesso tributo di onori che al coraggioso equipaggio del S79…credo che la descrizione degli eventi sia l unica realmente plausibile.Bellissimo articolo.

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