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Alitalia verso il fallimento. E non è un déjà-vu

Alitalia verso il fallimento. E non è un déjà-vu

La Compagnia Aerea Italiana perde 630 mila € al giorno, i soci indugiano a ricapitalizzare,
e presto potranno vendere le proprie quote.
L’ultimo dono lasciato in eredità da Berlusconi, che rivendica: “Rifarei tutto”

 

Bei tempi, quelli del marzo 2008, quando la compagnia aerea francese Air France-KML metteva sul piatto 2,4 miliardi di euro, 700 milioni dei quali riservati a investimenti, per comprare la depauperata Alitalia, ricca sì, ma di debiti lasciati dai poco avveduti manager – politici – di Stato, accumulati per anni sulle spalle dei contribuenti, salvaguardandone comunque l’identità italiana, il marchio, logo e livrea.  “Svenduta”, accusò Silvio Berlusconi, in piena campagna elettorale, chiedendo che Alitalia dopo anni di cattiva gestione (italiana) restasse carico del Bel Paese. Il resto è Storia: i sindacati fecero muro, credendo di strappare accordi più vantaggiosi con un salvataggio made in Italy, e la contrarietà di alcuni alleati del centrosinistra in quel momento al Governo e dell’allora ministro dei Trasporti Di Pietro (che definì l’operazione “umiliante” e “un danno per il Paese”) fecero desistere l’ad della compagnia francese Spinetta.

La soluzione Approdato a Palazzo Chigi, Berlusconi sfrutta le sue conoscenze e il suo potere per raggruppare diversi ricchi imprenditori italiani, nominando advisor la banca Intesa San Paolo, guidata allora da Corrado Passera. L’iniziale scontro con le parti sociali porta al fallimento il primo tentativo, ma il 31 ottobre 2008 si raggiunge un accordo con i maggiori sindacati, e nel dicembre dello stesso anno, la cordata CAI, Compagnia aerea Italiana, rileva Alitalia e Air One, una piccola compagnia aerea connazionale. Un sucessone insomma. Ma a che prezzo?

La Fenice italiana Semplici le condizioni dell’accordo, denominato “Piano Fenice”: la CAI rileva per un miliardo di euro i settori redditizi e remunerativi, allo Stato restano i debiti e vengono preventivati 3250 lavoratori in esubero. (Air France ne prevedeva 2100, e limitati ai soli servizi di terra. Lungimiranti, a dir poco, i sindacati italiani.)
Perché? Com’è stato possibile? La vicenda Alitalia ha fatto scuola, diventando un caso emblematico di scorporamento di

 

una società. Sono state create due aziende: una good company, quella privatizzata dalla CAI, che comprendeva slot, asset e la flotta più recente, pronta per essere rimessa in pista, non più zavorrata dai debiti. Già, i debiti. Qui entra in gioco la bad company, statale al 100%. Grazie al governo Berlusconi, l’Italia si accolla i 3,2 miliardi di debito: se ad essi togliamo i pagamenti in contanti della CAI (300 milioni), le vendite del settore cargo, manutenzione e call center, il centinaio di vecchi MD80, e le poche proprietà immobiliari della compagnia aerea – per un totale di 1 miliardo di euro circa – ecco che il debito “puro” rimanente è di 2 miliardi, tutti a carico degli italiani. Un grande risultato, per il Governo che prometteva di abbattere spesa pubblica e tasse.

Tutto legale? Assolutamente sì È bastato modificare prima la legge Marzano sulle grandi aziende in amministrazione straordinaria, e mettere poi la museruola per sei mesi all’Antitrust, che comunque si è accorta del monopolio detenuto da Alitalia solo nello scorso ottobre, cioè 34 mesi dopo, senza per’altro intaccare sostanzialmente la posizione dominante della stessa. Monopolio? Antitrust? La CAI con quest’operazione, non solo rilevò, ma fuse con Alitalia la compagnia Air One, anch’essa sommersa dai debiti (verso la quale Banca Intesa era esposta per 20 milioni di euro) e l’unica che operasse – seppur fiaccamente – oltre ad Alitalia sulla tratta Fiumicino – Linate, la terza d’Europa per passeggeri. Alla faccia del (già finto) libero mercato.

E il capitalismo? Ma Silvio Berlusconi di quale partito fa parte? Non è un imprenditore capitalista che ha salvato ripetutamente l’Italia dai “comunisti”? Possibile che tutto ciò sia avvenuto grazie ad un governo (che si professava) liberale liberista? “La saga dell’Alitalia è un triste monito di come funzionano le cose in Italia e dell’aderenza piuttosto debole del primo ministro Berlusconi ad alcuni principi centrali del capitalismo del libero mercato”. Così scriveva in un dispaccio dell’ottobre 2008 per il Governo americano Ronald Spogli, ex ambasciatore USA a Roma. Mica un nordcoreano.

Ritorno al presente: 2013 Comunque il Cavaliere, verrebbe da obiettare, ha così salvato decine di migliaia di posti di lavoro, seppur a carissimo prezzo. Sarebbe (stato) bello. 630.000 €

 

persi. Al giorno. 735 milioni, le perdite accumulate in 4 anni. Tra i 300 e i 400 milioni di euro la liquidità disponibile. Troppo pochi per continuare a volare. A queste condizioni si renderebbe necessaria una ricapitalizzazione, che – probabilmente – non avverrà mai, dato che molti degli imprenditori italiani coinvolti hanno ben altri problemi (i Riva su tutti). Senza contare la concorrenza serrata delle low-cost e dei treni AV. Perché il bubbone scoppia solo ora, se le condizioni per crescere non ci sono mai state? Sin dall’inizio il piano della CAI prevedeva l’ingresso di un socio (in minoranza) straniero: Air France, prontamente, sganciò 332 milioni di euro per il 25% delle azioni, per vedere il valore della partecipazione scendere, solo un anno dopo, a 188 milioni, con un deprezzamento del 41%. Globalmente, il valore della CAI scese da un miliardo e 300 milioni del gennaio 2009 a 750 milioni, nell’arco di soli 16 mesi. Quando il 12 gennaio scadrà per gli azionisti il vincolo del lock-up, i soci saranno liberi di vendere a eventuali compratori stranieri. Ergo, il compratore straniero: Air France. La stessa compagnia che nel 2008 offrì due miliardi e mezzo per l’intera azienda, debiti compresi. E che oggi, 5 anni dopo, può comprare per (quasi) 10 volte meno, ripulita da ogni debito grazie agli italiani.  Grazie a Silvio Berlusconi, che rassicura: “Su Alitalia rifarei la stessa scelta”.

EPILOGO: Sotto forma di un desiderio piuttosto bizzarro […] di conservare l’italianità della società, un gruppo di facoltosi compari di Berlusconi è stato allettato a rilevare le parti sane dell’Alitalia, lasciando i debiti ai contribuenti italiani. Le norme sul fallimento sono state cambiate in corso di partita per soddisfare le necessità del governo. Berlusconi ce l’ha fatta, ma il suo coinvolgimento probabilmente costerà un mucchio di soldi al contribuente italiano. Il modo in cui è stato gestito quest’ affare – compari, interferenza politica, preferenza per acquirenti italiani, leggi fatte su misura – ha fornito al mondo un monito chiaro delle carenze del clima degli investimenti in Italia.
Firmato: Ronald Spogli.

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