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Alla Grecia, cuore pulsante del mondo

Non sarei mai andato in Grecia se non fosse stato per Betty Ryan, una ragazza che abitava nella mia stessa casa a Parigi. Una sera, bevendo vino bianco, si mise a parlare delle sue esperienze in giro per il mondo. […] Molto tempo dopo scoprii che il luogo dove si era smarrita e io con lei era vicino a Olimpia, ma allora per me era Grecia e basta, un mondo di luce mai sognato e che mai speravo di vedere”.

Henry Miller

Henry Miller

Con queste parole Henry Miller apriva nel 1941 il suo libro Il colosso di Marussi, memoria narrativa e critica del suo primo contatto con la Grecia all’alba della Seconda Guerra Mondiale. Miller fu uno scrittore molto complesso. Amante del viaggio e spesso molto critico verso la società contemporanea, egli visse l’esperienza greca con uno spirito davvero singolare: volle cogliere nel mondo ellenico lo spunto per una rinascita interiore fatta di pace, di ricerca della bellezza e di venerazione per l’antico.

L’occasione per il viaggio gli capitò grazie all’amico Durrel, autore del magnifico libro Io, la mia famiglia e altri animali ambientato nella Corfù nella quale da alcuni anni egli viveva. Nella durata del suo soggiorno Miller venne affiancato dal greco Katsìmbalis, uomo imponente e molto estroverso, che farà da guida all’americano nella scoperta della società e della cultura greca. Ne riporterò alcuni passi che vogliono mettere in luce come Miller abbia trovato nel complesso mondo greco le chiavi di quella rinascita individuale e sociale tanto invocata per l’Occidente.

Viaggiando per il Peloponneso, spesso anche con mezzi di fortuna e con un vero spirito di ricerca e adattamento, Miller giunge ad Epidauro, tappa che più di altre rappresenta il cuore palpitante del suo anno greco. “La mia giornata cominciò in una pace sublime. Era la mia prima vera occhiata al Peloponneso. […] La strada per Epidauro è come la strada per la creazione. Si smette di cercare. Si tace, zittiti dal silenzio di misteriosi inizi. Se si riuscisse a parlare sarebbe in melodia.[…] Il paesaggio non svanisce, si insedia nei luoghi aperti del cuore”. Il senso di pace è il primo grande elemento scoperto: e si tratta di una concreta scoperta. Miller racconta che giunse a Epidauro dopo un “lungo e tortuoso percorso”, tanto stradale (per arrivare al teatro) quanto esistenziale (essendogli toccate in vita gioie e dispiaceri).

Il teatro di Epidauro

Il teatro di Epidauro

Nel corso di questo cammino Miller annovera ostacoli e impegni ma il più grande nemico era trovato in se stesso: talmente legato alle cose della quotidiana società, egli non sapeva più cosa significasse pace e serenità, tranquillo perdersi nella quiete. Poi venne la Grecia. “A Epidauro, nella quiete, nella grande pace che scese su di me, udii battere il cuore del mondo. So qual’è il rimedio: è rinunciare, abbandonare, arrendersi, così che i nostri cuori possano battere all’unisono con il grande cuore del mondo”.

Le parole di Miller parrebbero essere giustamente rigate da una vena di egotismo (tendenza al parlare costantemente di sé e delle proprie esperienze) ma l’autore specifica subito che la ricerca di questa dimensione di pace ottenuta in Epidauro non è un traguardo esclusivo della sua esperienza ma è riproducibile da tutti in un qualsiasi luogo: “Epidauro è soltanto il simbolo di un luogo: il luogo vero è nel cuore, nel cuore di ognuno, pur che egli si fermi a cercare. Ogni scoperta è misteriosa in quanto rivela cose tanto inaspettatamente prossime, tanto vicine, note da lungo tempo e tanto intimamente”. La vera esortazione dell’autore nei confronti della società a lui contemporanea è proprio questa. La ricerca della serenità non ha necessariamente bisogno di un luogo da visitare come fosse un santuario: ciò che occorre è la ricerca dentro di sé. Al contrario, l’uomo contemporaneo si perde eccessivamente dietro a cose superflue che lo stringono in uno sfrenato individualismo, separato dal resto del mondo e chiuso al contatto con gli altri: “tutto ciò a cui ci aggrappiamo, anche se è speranza o fede, può essere la malattia che uccide”.

Il tempio di Delfi

Il tempio di Delfi

Miller si sofferma per un breve momento a riflettere sulla violenza umana. “Chi ce li ha messi lì i demoni? Frughi ognuno nel proprio cuore. Né Dio né il Diavolo sono responsabili, e certamente non miseri mostri come Hitler, Mussolini, Stalin e simili”. Se la risposta a questa domanda è rintracciabile a Epidauro, Miller esorta tutti a mollare ogni cosa e a recarvisi in viaggio. L’ultima riflessione della visita al teatro greco è rivolta proprio alla Grecia e alla sua popolazione. “In Grecia ti convinci che il genio, non la mediocrità, è la norma. […] La sua arte è eterna e incomparabile. Il paesaggio rimane uno dei più appaganti, dei più mirabili che la nostra terra ha da offrire. Gli abitanti di questo piccolo mondo vivevano in armonia con il loro ambiente naturale, popolandolo di dei che erano reali e con cui essi vivevano in intima comunione”.

Il viaggio di Henry Miller deve giungere ad una fine: l’imminente attacco italiano alla Grecia, gli affari in America costringono l’autore a tornare a New York, non prima però di aver concluso i suoi pellegrinaggi ellenici. Il distacco dal suolo greco è pur sempre doloroso ma Miller torna in patria con la convinzione che la vera esperienza non si sia conclusa nelle valli del Peloponneso o sui monti di Delfi: il vero cambiamento è stato concentrato nella sua interiorità e la Grecia ne aveva offerto un modello universale a cui ispirarsi. Quando, durante il viaggio, egli deve partire da Festo, usa queste parole “ di lì a pochi minuti avrei dovuto andarmene. Non mi dispiaceva; ci sono esperienze così meravigliose, così eccezionali, che l’idea di prolungarle sembra la forma più bassa di ingratitudine. Se non partivo adesso sarei rimasto per sempre, voltando le spalle al mondo, rinunciando a tutto”.

Alla partenza Henry Miller nutre un profondo rispetto e una grande riconoscenza per la terra e le persone che lo avevano ospitato e, tanto inaspettatamente, anche rigenerato a nuove convinzioni e a nuove prospettive sulla vita. Soprattutto aveva guadagnato elementi utili non solo per sé ma per un rinnovamento dell’umanità intera. “La tragedia della Grecia non consiste nel fatto che una grande cultura è andata distrutta ma che una grande visione è abortita. Diciamo erroneamente che i greci umanizzarono gli dei. È vero il contrario: gli dei umanizzarono i greci”.

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