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“Si può fare” eccome, ce lo dimostra Claudio Bisio attore

Fiducia ai malati di mente, basta con l’isolamento

“Si può fare” eccome, ce lo dimostra Claudio Bisio attore

La cooperativa, una vera alternativa al manicomio

 

 

“Si può fare” è il titolo di un film uscito nelle sale nel 2008, diretto da Giulio Manfredonia, ma questo, in effetti, dovrebbe essere per tutti lo slogan di una vita. A dimostrare ciò, accorre Claudio Bisio nelle vesti di Nello, un sindacalista ambizioso, pieno di iniziativa che, dopo un insuccesso lavorativo, viene mandato in una delle tante cooperative sorte in seguito alle Legge Basaglia del 13 maggio del 1978. Quest’ultima si era occupata di un nodo alquanto spinoso per la società, ossia dove mandare i malati di mente dopo la chiusura dei manicomi, come gestirli, a chi affidarli.

Ci troviamo a Milano nel 1983. Due prospettive si confrontano e si scontrano a riguardo. La più vincente ed innovativa è sicuramente quella del sindacalista Nello il quale desidererebbe avviare una cooperativa vera e propria che garantisse un reale stipendio ai “soci”, cioè ai pazienti in cura. La seconda prospettiva è quella tradizionalista del dottor Del Vecchio che naturalmente non riesce ad intravedere nulla di promettente in questi soggetti “malati”, instabili e pericolosi. Queste due posizioni sono così lontane da divergere persino sul piano del linguaggio. Il dottor del Vecchio chiama i pazienti “pazzi”, parla di loro non in qualità di individui caratterizzati da una propria personalità ma soltanto facendo riferimento alle loro schede cliniche, ai loro precedenti penali o ai loro casi familiari. Per il dottor Del Vecchio occuparsi di loro significa imbottirli letteralmente di medicinali che, di conseguenza, causa loro movimenti rallentati, sonnolenza, inattività, disinteresse, insomma che fa di loro dei sopravvissuti allo stato vegetale e non delle persone viventi capaci di interazione.

La formula del successo trovata da Nello consiste nel regalare fiducia a questa categoria della società da sempre eliminata, ghettizzata, emarginata perché, in fondo, quest’isolamento è di gran lunga conveniente  per le strategie del potere. Michael Foucault sapeva bene quanto spaventi la diversità, l’alterità e tutto ciò che non si conosce e dunque non si può dominare. Questa è la stessa logica che ha guidato la caccia alle streghe, donne troppo coraggiose, emancipate, magari vedove, che hanno sfidato le imposizioni dall’alto, le regole e le norme. Così le persone un po’ diverse da noi, problematiche, hanno tanto da insegnarci, da donarci, ma spetta a noi ricavarne la lezione.

Ciò che il film vuole insegnare è sicuramente che ovviare il problema non significa risolverlo anzi vuol dire aumentarne le conseguenze come i costi dello Stato necessari a sostenere questo intero sistema che potremmo osare definire “parassitario”. Invece, ciò che potrebbe risultare davvero benefico per la società e, in primo luogo, per i soggetti in cura sarebbe offrire loro un’opportunità di lavoro. Quindi la cooperativa come organizzazione collettiva, come guadagno onesto per tutti i partecipanti all’impresa del parquet, nel caso del film, che si dimostra davvero vincente. I ragazzi dell’ex manicomio si svelano dei veri artisti e i loro prodotti artistici vengono apprezzati anche dalla gente più scettica nei loro confronti. Dunque la cooperativa si propone come reale alternativa al deprimente manicomio tanto più perché dà un’ulteriore sembianza di normalità alla vita dei neolavoratori. Questi restano allibiti e senza parole quando iniziano a capire di poter condurre un’esistenza non troppo differente da quella comune. Non è solo un vecchio modo di dire che il lavoro nobiliti l’uomo. Perché lo sana persino di mente.

L’inerzia e l’apatia non sono propri dello spirito umano e ciascuno di noi possiede almeno una dote che, perfino non coltivata, è capace di dare frutti inaspettati, una volta stimolata. La costrizione non può essere il metodo per il recupero del paziente. Per guarire il primo passo è la consapevolezza di avere bisogno di aiuto e, in secondo luogo, la necessaria intesa tra beneficiato e benefattore. In verità, tutti i geni non sono in fondo un po’ matti? Non possiamo negarlo se persino Erasmo da Rotterdam ha scritto in pieno Rinascimento un’opera spettacolare come Elogio della follia.

Tutto questo è stato afferrato sin dall’inizio da Nello che, sebbene non sia un medico o uno psichiatra, non ha mai usato come criterio di valutazione il metro della pazzia, ma il metro della fiducia e soprattutto della partecipazione. Infatti la condivisione si è espressa in qualsiasi decisione la cooperativa dovesse affrontare, essa interveniva soltanto dopo aver ascoltato il parere di tutti i soci. Partecipazione “fino al collo” dello stesso intraprendente imprenditore improvvisato ossia Nello che, come prima prova lavorativa, ha voluto compensare i suoi impiegati pagandoli di tasca propria. La gratitudine da parte dei soci non si è lasciata attendere perché così anche loro, iniziando a credere in un tal progetto, sono riusciti a conquistare numerosi appalti e a ottenere notevoli compensi economici.

Questo non è il sunto di una favola inventata, è realtà datata agli anni ’80 che purtroppo non può nascondere le difficoltà di un’impresa così impervia, ostacolata nel film da dottori ottusi e da casi avversi che si sono abbattuti su persone già poco fiduciose in se stesse. La scomparsa di un “compagno” sconvolge i piani della cooperativa ma ciononostante, l’idea, l’entusiasmo di base riprendono vita e persino in modo più convinto di prima.

Basta svelare troppi retroscena. Per chi non abbia ancora ammirato Si può fare, film basato su storie vere, non si lasci sfuggire l’occasione, potrà capire praticamente perché i malati di mente possano essere una risorsa umana infinita e niente affatto una “palla al piede” per la società.

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