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Ero e Leandro: quando c’è “di mezzo” il mare!

Quando si suol dire “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”! Nella vicenda tragica che unì Ero e Leandro possiamo ben dire che il mare era proprio “di mezzo”. A raccontare i fatti sono Ovidio nel suo poema Eroidi e Museo Grammatico in un breve poemetto chiamato proprio Ero e Leandro: ma la bellezza della storia e la potenza dei sentimenti che ne solcano i versi erano destinati a durare nei secoli, oggetto degli interessi di numerosissimi intellettuali e letterati di ogni nazione ed epoca che rielaborarono a piacimento il tema, secondo le proprie passioni e mansioni.

N. Règnier, Ero e Leandro

N. Règnier, Ero e Leandro

Museo racconta che “A Sesto è davanti la città di Abido, prossime al mare e vicine l’una all’altra. Eros, teso l’arco, scoccò verso le città una freccia che colpì un ragazzo e una giovane. Il nome dell’amabile ragazzo era Leandro mentre la giovane era Ero: lui abitava ad Abido, lei a Sesto e di queste città erano entrambi stelle brillanti, simili fra loro”. Il destino volle che le due città fossero separate dallo stretto braccio di mare chiamato Ellesponto: nasceva così il problema di come riuscire ad incontrarsi. Inoltre Ero era sacerdotessa di Afrodite e non poteva unirsi a Leandro durante il giorno, interamente dedicato ai riti e alla vita con le compagne. Non restava che la notte. Così Leandro si recò in riva al mare sul far della sera e nuotò fino a Sesto attraversando l’intero braccio marittimo. Giunto là quando il sole stava raccogliendo gli ultimi raggi, poté incontrare la desiderata Ero. Leandro parlò d’amore, persuadendo l’amata con dolci parole e mostrandole la bellezza del matrimonio e dell’unione amorosa. E lei, persuasa, disse “colle parole tue le pietre stesse / moveresti, o Straniero […]” (trad. Novelli, 1880). Avviene così il giuramento di Leandro: “No ch’io non temo il minaccioso flutto / per venir al tuo letto , né il sonoro / fremer del mar che mugge. Ma portato / sempre pel mar di notte umido sposo / a nuoto solcherò dell’Ellesponto / la corrente infedel”.

Turner, Ero e Leandro

Turner, Ero e Leandro

L’accordo “matrimoniale” segretissimo prevedeva che Leandro attraversasse il mare sul far della sera mentre Ero esponeva sulla torre una lanterna ben visibile che guidasse l’amato nella traversata. Stretto il patto, “l’un dall’altro astretti / dalla necessità si separaro”. Tuttavia nei giorni seguenti, proprio mentre il desiderio di Leandro si faceva sempre più forte, fuori scoppiò una tempesta ed il mare era solcato da grandi onde. Lo struggimento di Ero è fortissimo e la sua mente è attraversata da diversi desideri: da un lato teme per Leandro, dall’altro lo desidera. “Implacabile è il mar, crudo l’amore: / Ma è del mar l’acqua, e mi divora interno / Fuoco d’ amor […]”. Grazie alla luce della fiamma, protetta e alimentata da Ero, il giovane Leandro riuscì ad attraversare il mare e giunse al porto di Sesto dove lo attendeva di nascosto l’amante.

Giunse l’inverno ed Ero temeva che a causa delle condizioni climatiche e del freddo Leandro avrebbe dovuto rinunciare alle sue traversate. Ma Leandro non ritenne pericoloso il mare tempestoso della stagione invernale ed ancora una volta si gettò nelle onde per raggiungere Sesto. “Dal rio furor degli adunati flutti / che il percotevan con opposta fronte, / qua e là vagante egli venia portato. / Mancò vigore al piè, di tutta lena / l’ irrequiete palme esauste furo”. Così perì Leandro di Abido, travolto dalle onde che ne soffocarono i respiro. Il suo corpo, trascinato dalle onde, si adagiò sulla spiaggia presso Sesto: e lì Ero lo trovò morto. Visto lo “sposo” defunto, con il cuore dilaniato dal dolore, volle seguirlo nella sorte e si lasciò cadere dall’alto della torre presso cui esponeva la lanterna notturna. “Così sul morto sposo Ero morìo,/ e si godero ancor nel fato estremo”.

William Etty, Ero e Leandro

William Etty, Ero e Leandro

Come dicevo all’inizio, la storia di Ero e Leandro era destinata ad un immenso successo in molti ambiti artistici. Se ne rappresentarono opere (Mancinelli su libretto di Arrigo Boito, Catalani), se ne raffigurarono tele (William Etty) e se ne composero poemi (Keats, Von Platen, Carducci, Shiller). Dante Alighieri inserì un riferimento al mito nel XVIII canto del Purgatorio, paragonando l’Ellesponto mitico al fiume Lete che lo separa di pochi passi da Matelda (vv 71-75). La tela di Etty raffigura i due corpi abbracciati e morenti sulla sabbia mentre in secondo piano compare il basamento della torre dalla quale Ero si gettò. Si racconta che Lord Byron, talmente affascinato dal mito, volle provare di persona la traversata dell’Ellesponto a nuoto.  Grande successo ebbe anche il libretto operistico di Boito: nella conclusione le parole di Leandro racchiudono il senso ultimo dell’intera vicenda “L’amore è forte. / Più della morte!”. Sempre con le parole di Boito concludo questa storia congedandomi dal lettore così come un buon aedo avrebbe fatto secoli fa:

Canto la storia di Leandro e d’Ero,

su cui son tanti secoli passati,

amorosa così, che nel pensiero

ritornerà de’tempi ancor non nati,

eterna come il duol, come il mistero

d’amore che ne fa mesti e beati,

fiore di poësia, tenero fiore

che, irrorato di lagrime, non muore.

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