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Giuseppe Verdi: i 200 anni del “tiranno” infelice – parte I

Il 27 gennaio 1901 moriva a Milano Giuseppe Verdi, musicista che con le sue opere “diede una voce alle speranze e ai lutti, pianse ed amò per tutti” (D’Annunzio). Negli ultimi giorni di vita del maestro, la popolazione meneghina gli era tanto vicino con il cuore da cospargere di paglia via Manzoni, dove alloggiava presso il Grand Hotel, per attutire il rumore delle carrozze e non creargli ulteriore fastidio. Pascoli si ostinava ad affermare: “l’ultimo Grande d’Italia, | io vi grido, non è morto, | non è qui”. In omaggio al maestro vorrei ripercorrere i luoghi e gli ambienti essenziali della sua vita, dalla singolare prospettiva delle lettere che egli scrisse a librettisti, editori, musicisti, amici e confidenti: ci caleremo insomma nella vita del maestro proprio attraverso i suoi occhi e le sue parole.

RItratto di Verdi (immagine da it.wikipedia.org)

RItratto di Verdi (immagine da it.wikipedia.org)

E queste prime parole non possono celare lo sconforto del giovane Verdi nel 1840 appena giunto a Milano con moglie e figli, nel tentativo di ottenere quel successo che faticava ad arrivare. Nel 1879, ricordando il suo arrivo a Milano, scriverà a Giulio Ricordi: “il mio bambino si ammala al principio di Aprile […]dopo pochi giorni la bambina cade a sua volta malata! […] ma non basta ancora: ai primi di giugno la giovane mia compagna è colpita da violenta encefalite ed il 19 giugno 1840 una terza bara esce di casa mia!… ero solo!… solo! […] la mia famiglia era distrutta!”. Le dolorosissime perdite della gioventù resteranno impresse tanto profondamente nell’animo del compositore che anche nella maturità egli sarà sempre legato ad un sentimento di morte e di futilità della vita. Ancora tredici anni dopo, nel pieno successo della Trilogia popolare egli scriveva alla Maffei “ma infine nella vita non è tutto morte? Cosa esiste?…”. Al letterato Luigi Toccagni scriveva nel 1848: “che volete che vi dica di me? Che sono sempre lo stesso, sempre malcontento di tutto. […] quando sono a Milano vorrei essere a Parigi, ora che sono a Parigi vorrei essere… dove?… non so… nel mondo della luna”. Ad aggravare questa fatica di vivere sarà il lavoro che imporrà a Verdi ritmi di composizione assai frenetici. Ma non era sempre stato così.

L’opera Un giorno di regno nel settembre 1840 non aveva avuto il successo sperato dal maestro, ancora gravato dai lutti familiari. A Ricordi egli scriverà più avanti: “esacerbato dall’insuccesso del mio lavoro, mi persuasi che dell’arte avrei invano aspettato consolazioni, e decisi di non comporre mai più!”. A questo punto la narrazione diventa leggenda. L’animo di Verdi si mescola al clima nebbioso e grigio delle serate milanesi d’inverno. Gli viene consegnato quasi sotto comando un libretto di Solera ed egli non vuole sentirne parlare di riprendere la penna per comporre. Tornato a casa, getta il libretto sul tavolo ed eccolo aprirsi casualmente sulle parole: va pensiero sull’ali dorate.

(immagine da it.wikipedia.org)

(immagine da it.wikipedia.org)

L’ispirazione cresce al punto tale che “Nabucco mi trottava pel capo!… il sonno non veniva” dice Verdi a Ricordi. Ne nacque Nabucco, replicato 64 volte nel primo anno di esecuzione: un successo trionfale dovuto in parte ai personaggi così sublimi e maestosi di Nabucco ed Abigaille, in parte al forte messaggio patriottico che vi era contenuto.

Giuseppe Verdi non poteva non essere cosciente del peso delle sue opere nella costruzione dell’identità nazionale italiana anche in una prospettiva culturale. I richiami alla patria sono costanti in tutta la sua produzione, dal Va pensiero di Nabucco ad O patria, o cara patria dei Vespri siciliani. Lo stesso Verdi scriveva al librettista Piave il 21 aprile 1848: “Figuratevi s’io voleva stare a Parigi sentendo una rivoluzione a Milano. […]Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata della sua liberazione! È il popolo che la vuole. […] non c’è nè ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli Italiani del 1848. La musica del cannone!…”. Qualche mese dopo a Giuseppina Appiani egli scriveva sui Francesi: “l’idea dell’Unità Italiana spaventa questi uomini piccoli, nulli che sono al potere .[…] Iddio ci salvi dall’aver confidenza nei nostri re e nelle nazioni straniere”.

Boito e Verdi (immagine da it.wikipedia.org)

Boito e Verdi (immagine da it.wikipedia.org)

Il successo ottenuto con Nabucco portava il maestro all’attenzione del grande pubblico del Teatro alla Scala di Milano: si apriva così la galera operistica. Nel 1858 egli scrive a Clara Maffei “dal Nabucco in poi non ho avuto, si può dire, un’ora di quiete. Sedici anni di galera!”. Nei diciassette anni che separano Nabucco (1842) da Un ballo in maschera (1859) la penna verdiana produsse diciannove opere alle quali si aggiunse il rifacimento francese dei Lombardi nell’opera Jérusalem (1847) e dello Stiffelio in Aroldo (1857). La frenesia del lavoro unita ad un’esigenza maniacale di libretti e testi puntuali e ben fatti si scontrava spesso con i gusti del pubblico che, secondo Verdi, apprezzava cose degne di meno nota e tralasciava i pezzi veramente buoni. Un pubblico che egli stesso non esita a paragonare ad un guerriero nemico in una lettera del 1884 alla Maffei: “poveri artisti, che molti hanno la…. dirò, bontà d’invidiare, schiavi d’un pubblico il più delle volte ignorante (meno male) capriccioso, ed ingiusto! […] quando in seguito ho avuto a fare con Lui, mi armavo di corazza, e preparato alle fucilate dicevo « a noi»!!! Difatti erano sempre battaglie!”. Tale atteggiamento lo porterà nella maturità ad avvicinarsi progressivamente ad autori della cosiddetta Scapigliatura milanese come Arrigo Boito, destinatario di molte lettere ed autore dei libretti di Otello, Falstaff: Li accomunava il disgusto per quell’arte che, piegata al mercato commerciale,  costringesse il genio dell’artista a conformarsi al gusto del pubblico. Il maestro di Busseto si impose sempre l’originalità e l’indipendenza dal pubblico e la storia delle sue opere mostra in più luoghi questa ostinata libertà. Ma di questo e d’altro ancora parleremo nel prossimo articolo.

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