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Giuseppe Verdi: i 200 anni del “tiranno” infelice – parte II

Impegnato negli anni di galera, Verdi seppe rivelare tutto il genio creativo che nascondeva nella sua testa. Lo fece nelle forme di una instancabile perizia musicale, di una scrupolosa attenzione ai libretti e alle singole parole. Troviamo tracce del suo ingegno teatrale anche nei consigli e nelle richieste espresse ai teatri per la realizzazione delle opere. L’epistolario verdiano è costellato di lettere ai librettisti perché modificassero piccole parti od interi pezzi d’opera che non possedessero buona qualità. Dovendo comporre la profezia in Nabucco, Verdi racconta a Ricordi: “chiusi a chiave l’uscio, mi misi la chiave in tasca, e tra il serio e il faceto dissi a Solera «Non sorti di qui se non hai scritto la profezia: eccoti la Bibbia, hai già le parole bell’e fatte». Solera, di carattere furioso, non pigliò bene quella mia sortita: un lampo d’ira gli brillò negli occhi: passai un brutto minuto […]ma d’un tratto si siede al tavolo ed un quarto d’ora dopo la profezia era scritta!”.

Caruso ne La forza del Destino (immagine da it.wikipedia.org

Caruso ne La forza del Destino (immagine da it.wikipedia.org

Librettisti ed amici erano soliti visitare Verdi nella sua villa Sant’Agata presso Villanova d’Arda e passare là diverse giornate di lavoro e scrittura. L’altra modalità di collaborazione era la corrispondenza e qui il maestro sfogava le sue preoccupazioni maggiori in forma scritta. Il 22 settembre 1846, con Macbeth in cantiere, bacchettava Piave: “come sei sempre prolisso!! […] (ABBIA SEMPRE IN MENTE DI DIR POCHE PAROLE… POCHE PAROLE… POCHE POCHE MA SIGNIFICANTI)[…]…STILE CONCISO… POCHE PAROLE… hai capito?…!”.

La fatica e la frenesia di comporre qualcosa di sempre buono ed originale portava spesso il maestro a crisi delle quali leggiamo gli sfoghi con amici e confidenti. Ad un anonimo egli scrive nel 1845: “di fisico sto bene ma l’anima è nera, sempre nera, e sarà sempre così finché non avrò finito questa carriera che aborro”. Da queste parole, lette a prima vista, parrebbe emergere l’insoddisfazione verdiana per la musica. In realtà egli viveva solo per la musica: ma non per tutta! Una toccate confidenza fatta a Piave nel 1860 ci mostra il vero atteggiamento del maestro verso la sua carriera e verso la composizione ed il gioco delle note: “oh no! Io l’ho adorata e l’adoro quest’arte, e quando sono fra me e me alle prese colle mie note, allora il cuore palpita, le lacrime piovono dagli occhi e la commozione e i piaceri sono indicibili.”.

La solitudine è tratto costante della vita di Verdi. Ritrovatosi solo a Milano nel 1840, amò risiedere nella campagna piacentina con la compagna e seconda moglie Giuseppina Strepponi. Nel 1877 scriveva all’amico Opprandino Arrivabene “In quanto a me faccio la solita vita da contadino, anzi ora faccio il muratore, perché fabbrico, atterro, aggiusto case ecc. ecc. tanto per fare qualchecosa […]Mi pare che la musica sia per me come cosa d’un altro mondo. Non m’occupo nemmeno di politica.”. A Sant’Agata con la Strepponi egli si definiva un “tiranno che finisce per far sempre quello che non vuole” essendo circondato di servitori pronti a lavorare al posto suo. Ma egli non poteva rinunciare a quell’origine contadina che gli procurava serenità e quiete almeno per qualche momento.

 

Aida in Arena (immagine da it.wikipedia.org)

Aida in Arena (immagine da it.wikipedia.org)

Era stato anche nominato Deputato del Regno e poi Senatore ma non aveva mai voluto presenziare alle sedute, fuorché quella che proclamò Roma capitale d’Italia. Nel 1865 a Piave scrive, con una punta d’ironia: “i 450 non sono veramente che 449, perché Verdi come deputato non esiste”. Persino la nomina a Senatore viene declinata con il pretesto di una irrinunciabile prova dell’Aida a Genova. E, tutto sommato, neppure da quella cosa d’un altro mondo che era la musica seppe stare troppo a lungo lontano. Da La forza del destino (1862) a Falstaff (1893) Verdi compose molto meno ma non si interruppe mai, creando i capolavori di Aida, Otello e Don Carlos. Temeva di non essere in grado di ultimare il Falstaff a causa dell’età avanzata. Ma infine si convinse e a Boito nel 1889 scriveva: “Caro Boito, amen; e così sia! Facciamo addunque Falstaff! Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all’età, alle malattie!.”.

Nella memoria popolare restano impresse le tre opere sorelle della Trilogia: Trovatore Rigoletto e Traviata. Di tutte e tre leggiamo le difficilissime relazione con la censura che sopprimeva parti ed opere intere qualora sospette di contenuti immorali od eversivi. Così Rigoletto deve essere ambientato nell’antica Corte di Mantova, poiché la Francia di Francesco I sarebbe uno scenario pericoloso e scomodo. Verdi trovava Rigoletto il più bel dramma del secolo e si impegnò moltissimo a “rappresentare questo personaggio esternamente defforme e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore”. Si dovette scagliare anche contro le mutilazioni dell’opera che venivano regolarmente praticate nei teatri del tempo per adeguarle al gusto del pubblico: a Giovanni Ricordi scrive “a Roma Rigoletto è andato al diavolo! Colle alterazioni e mutilazioni ridicole che si son fatte è impossibile qualunque esito”.

Falstaff (immagine da it.wikipedia.org)

Falstaff (immagine da it.wikipedia.org)

Nel dicembre 1851 scrive a Luccardi: “quando le opere non si possono dare nella loro integrità […] è meglio non darle. […] Che diresti tu se ad una tua bella statua si mettesse una benda nera sul naso?!!”. Accanto ai censori delle opere troviamo gli impresari teatrali. Nel 1854 Verdi si accanisce contro la spilorceria dell’impresario romano per mettere in scena Traviata con queste parole: “Ha fatto la Traviata pura e innocente! Così ha guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre puttana”.

Sul piano musicale si professò sempre amante di Rossini, di cui elogiava apertamente Il barbiere di Siviglia e Guglielmo Tell. Elogiò Richard Strauss che gli aveva inviato nel gennaio 1895 una copia del suo Guntram, stimava Puccini pur riscontrandone una propensione alla sinfonia, derise con Giulio Ricordi L’amico Fritz di Mascagni (“non ho mai letto un libretto scemo come questo”). Ascoltava anche Wagner che non seppe mai apprezzare del tutto per la scarsa teatralità delle opere. Lo definì matto nel Tannhäuser, giudicò Lohengrin Impressione mediocre. Musica bella, quando è chiara e vi è del pensiero. -L’azione lenta come la parola. Quindi noia.”. Eppure seppe apprezzare le innovazioni teatrali come l’affossamento dell’orchestra.

Dovendo rispondere alla proposta di Boito di musicare Falstaff, Verdi si rivelò molto titubante. Ma lo catturò un pensiero fisso che lo spinse ad accettare: la possibilità di uscire davanti a quel pubblico dal quale aveva ricevuto fischi ed acclamazioni e poter dire ancora una volta, mescolando ironia e sfida: “Siamo ancora qua!! a noi!!”.

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