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Il mondo di Christina

Avrei voluto fare una bella introduzione sul valore delle idee nell’arte, per poter incorniciare degnamente una delle storie più affascinanti che mi siano mai capitate tra le mani. Ma forse il miglior modo di presentare questa storia è quello di farlo e basta, il prima possibile, senza troppi giri di parole. John Milton disse che la Bellezza è la moneta della natura: non bisogna accumularla ma farla circolare. Non potendo far di più, anch’io faccio circolare.
Questa è la storia.

Anni ’30. Andrew Wyeth, un pittore che ama dipingere i paesaggi della Pennsylvania e ritrarre bellissime donne nelle pose più svariate, compra casa nella città di Cushing, nel Maine, per usarla come dimora estiva. Il suo stile è realista, ed è bravo. Ha una capacità tecnica di disegnare i dettagli da fare invidia a qualunque pittore. A 31 anni non è ancora un pittore famoso, ma se la cava, e la sua vita va avanti serenamente, con sua moglie Betsy, i suoi colori, i suoi paesaggi, le sue donne da ritrarre, i suoi vicini di casa. Una vita regolare.

Christina Olson nacque nel 1893 e da bambina cadeva spesso. Un po’ troppo spesso, a pensarci. Per un po’ i genitori non danno troppo peso alla cosa, e si limitano a dotare la figlia di ginocchiere per resistere meglio alle continue cadute. La ragazza cresce, diventa una donna, fa danza, frequenta la Chiesa, ma continua ad avere difficoltà nei movimenti. A 26 anni, finalmente, i genitori la portano all’ospedale di Boston: vogliono capire cosa c’è che non va nelle gambe di Christina. La diagnosi è tremenda: poliomelite. Nel 1927 la madre muore, e nel 1935 scompare anche il padre, mentre, come se non bastasse, le gambe di Christina sono ormai vicine alla paralisi definitiva. La donna è costretta ad andare a vivere nel Maine con il fratello per essere accudita, dato che la sua autonomia è sempre più ridotta ed è incapace di sostentarsi.
A 53 anni la paralisi diventa totale. Christina non camminerà mai più. Il fratello le propone una sedia a rotelle, ma lei si rifiuta. Non permetterà che la malattia le impedisca di continuare a camminare sull’erba, di salire le colline o di sdraiarsi vicino al fiume. Visto che non potrà mai più camminare, si trascinerà con la sola forza delle sue braccia. Se la malattia è riuscita a rubarle le gambe, nulla potrà fare contro la sua voglia di essere libera.

È di fianco a quella casa, e a quella vicenda che sarebbe stata destinata a restare nell’oblio, come tante altre che accadono nel mondo, che si era trasferito Andrew Wyeth. E la vista di quella donna di mezza età, che pur devastata dalla malattia strisciava a fatica nelle terre della zona, lo folgorò. D’improvviso capì tutto. Fino ad ora aveva sempre dipinto dei paesaggi o dei modelli. Ora però, di fronte a sé non aveva più un mero soggetto, ma una storia tutta intera, una storia che nascondeva un segreto. Dipingerà quella storia e quel segreto.

 

"Christina’s World" (1948)

“Christina’s World” (1948)

Nel 1948 Wyeth dipinge Christina’s World, e quel mondo incanta un altro mondo, il nostro. Per quest’opera sarà il primo pittore nella storia degli Stati Uniti a ricevere la medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza americana. Christina’s World è una delle opere più conosciute, ammirate e citate nella storia della pittura americana contemporanea, e non serve un luminare per capirne il motivo.
In un ambiente apparentemente rassicurante e pacifico, che se preso da solo potrebbe essere  scambiato per uno dei tanti paesaggi toscani che affollano i musei italiani, una donna è a terra e sembra quasi intenzionata a rialzarsi da un momento all’altro. Ma noi sappiamo chi è quella donna. Sappiamo quanto è alta per lei quella collina e come quell’intenzione sia tanto ammirevole quanto vana. L’abitudine di Wyeth a lavorare con modelli lo spinse a usare la moglie Betsy come soggetto, ma poco male. Le braccia e le gambe della donna restano quelle della vera Christina, e infatti ad uno sguardo più attento si palesano per quello che sono in realtà: gli arti contorti e rachitici di una donna gravemente malata, che cedono sotto il peso di un corpo troppo pesante.

Per quanto la malinconia e il dramma di Christina arrivino immediatamente anche al più distratto degli osservatori, la caparbietà, il coraggio, la tenacia con le quali questa piccola donna fissa il suo obiettivo, per noi lieve e sereno, per lei immenso e lontano, non sembrano umani, non se ne trova l’origine. Se fossimo nella stessa situazione, difficilmente anche noi avremmo la stessa forza e lo stesso coraggio, e non possiamo non chiederci da dove arrivi tutta questa energia, quale sia il suo segreto.

"Christina Olson" (1947)

“Christina Olson” (1947)

Il segreto di Christina è che non smette mai di guardare lontano. Anche se sa di non potersi muovere o di poterlo fare soltanto a costo di un’immane fatica, nonostante le sue gambe siano tragicamente destinate a restare inerti sulla porta di casa, e per quanto il suo viso sia segnato dai morsi della malattia, il suo sguardo non è fermo a compatirsi, ma è altrove, oltre, rivolto a ciò che è fuori, al mondo, al sole, alla luce. E forse è proprio la capacità di saper guardare oltre al contingente, di “sperare l’insperabile” come consiglia Eraclito, a dare a Christina la forza di affrontare tutti i giorni quella bella quanto faticosa collina, ai piedi della quale Wyeth ha chiesto di essere seppellito, così da poter restare per sempre vicino a quella Casa Olson che lo aveva reso un pittore migliore, e che nel 2011 è stata dichiarata monumento nazionale.

Nella speranza di non dover mai affrontare una salita difficile come quella di Christina, godiamoci allora questa bella lezione, che vale più di un milione di trattati sulla felicità.

 

 

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