Koyaanisqatsi Reviewed by Momizat on . "Vita senza equilibrio", "Vita fuori controllo" o anche "vita che necessita di altra vita per esistere". Ecco cosa vogliono dire gli Hopi, un'antica popolazione "Vita senza equilibrio", "Vita fuori controllo" o anche "vita che necessita di altra vita per esistere". Ecco cosa vogliono dire gli Hopi, un'antica popolazione Rating: 0
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Koyaanisqatsi

Koyaanisqatsi

“Vita senza equilibrio”, “Vita fuori controllo” o anche “vita che necessita di altra vita per esistere”. Ecco cosa vogliono dire gli Hopi, un’antica popolazione di indiani che abita il sud-ovest americano, quando dicono “Koyaanisqatsi” (pronuncia “Coianiscàzzi”). La pronunciano quando il caos predomia il mondo, quando le armate del disordine distruggono l’equlibrio del nostro mondo. Nessuno conosceva questa parola e il suo significato fino al 1982, quando esce (guarda un pò) Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio.

Godfrey Reggio

Godfrey Reggio

Risultato di 6 anni di riprese, il film si pone l’obiettivo di ricalcare a pieno il significato della parola Hopi e lo fa in modo molto particolare. Non c’è una vera e propria trama e nemmeno dialoghi, c’è solo un susseguirisi continuo ed onirico di immagini accompagnate dalle incantevoli e potenti musiche di Philip Glass. Ecco che quindi si va dai suggestivi scenari della Monument Valley, simbolo di una natura pura ed incontaminata, al rumoroso e caotico mondo delle città americane come Las Vegas, Chicago e New York, immagini di uno stile di vita vorace e distruttivo che spazza via il mondo naturale. Tutto avviene in un continuo gioco di crescendo e stasi della musica, che cattura lo spettatore e lo getta in un vero e proprio vortice ipnotico e claustrofobico, che altri non è se non che il nostro mondo.

Philip Glass

Philip Glass

Se la nostra intenzione fosse quella di essere il più riduttivi possibile si potrebbe dire che Koyaanisqatsi sia una semplice denuncia ecologista, contro lo sfruttamento delle risorse naturali e la massiccia industriallizazione della nostra società. Eppure c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che difficilmente ci costringe ad accettare una sola strada di interpretazione. C’è la presenza dello spirito antibellico, una critica contro la scienza e la tecnica asservite ai canoni di morte e distruzione (basti vedere la scena del portaerei con su scritto E = mc al quadrato, la celebre formula della relatività di Einstein). Inoltre vi è attenzione verso gli emarginati, in particolare gli abitanti dei ghetti americani che vengono inquadrati varie volte in tutto il loro disagio, e i malati (toccante è una scena in cui la mano di un’anziana donna afferra quella di una giovane infermiera in ospedale), il tutto si conclude con la scena di uno shuttle che si alza nel cielo e che esplode. Si tratta di un’amara figura retorica, dove l’uomo è quasi paragonato ad Icaro: un essere che crede di poter superare i propri limiti, ma che è destinato al colasso inesorabile.

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Attraverso il suo tema apocalittico, il film non fa che rammentarci il posto che appartiene alla specie umana: quello della pace e del rispetto verso tutto ciò che ci circonda. Se dovessimo cancellare dalla nostra mente questo principio, forse potremmo andare incontro ad un destino simile a quello che si trova scritto nell’epilogo de La coscienza di Zeno, di Italo Svevo.

 

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie .

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