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Non son più Re, son Dio!!

La storia della letteratura è costellata in ogni sua parte di uomini audaci che vollero rischiare una impresa difficilissima per un fine non sempre nobile. Così gli Achei partivano alla volta di Troia per vendicare il rapimento di Elena, Eracle e Teseo si impegnavano nelle leggendarie Fatiche, Ulisse scendeva tra i morti ed Enea attaccava guerra contro i popoli autoctoni del centro Italia. Non sono rari i casi nei quali questa audacia si trasforma in temerarietà, soprattutto verso le divinità le quali, offese dall’impertinenza e dall’arroganza umana, puntualmente puniscono lo stolto uomo condannandolo alla miseria. Racconterò qui la storia di alcuni di questi uomini temerari che vollero sfidare la potenza divina e ne rimasero “scottati”.

Bellerofonte e la Chimera

Bellerofonte e la Chimera

Il primo nome che il mito greco ci tramanda è quello di Bellerofonte. Secondo Omero egli era figlio di Glauco e nipote di Sisifo mentre Igino ed Esiodo ne attribuiscono la paternità al dio Poseidone. Bellerofonte giunse alla corte di Preto, re di Corinto, e subito fece innamorare la regina Stenebea. Questa, offesa dai rifiuti amorosi del giovane ospite, volle screditarlo agli occhi del marito il quale decise di allontanarlo inviandolo alla corte del suocero Iobate re di Licia. Presso la corte di Licia Bellerofonte ottenne ospitalità al patto di liberare le terre dalla mostruosa Chimera: ma la dea Atena lo proteggeva e gli offrì lo strumento per superare la mortale prova. Egli infatti ricevette una briglia dorata con la quale pote domare e conquistare il cavallo alato Pegaso. In groppa a Pegaso egli iniziava una furiosa lotta con la Chimera la quale dovette infine soccombere. Cavallo e cavaliere divennero potentissimi e difesero le terre di Licia da molti nemici cosicché Iobate diede in sposa a Bellerofonte la seconda figlia Filonoe e lo nominò erede al trono. Ma dopo tante audaci imprese, nella mente del cavaliere si insinuava la temerarietà. Egli volle raggiungere gli dei spronando il cavallo alato a scalare l’Olimpo fino a raggiungere la corte celeste. Gli dei furono fortemente infastiditi da tanta arroganza ed inviarono a Pegaso un tafano fastidioso: pungolato dall’insetto il cavallo alato disarcionò Bellerofonte il quale cadde a terra perdendo l’orgoglio e la temerarietà ma non la vita. L’uomo che poteva addirittura volare era caduto nell’infermità totale e nella solitudine.

Bruegel, La Torre di Babele, 1563

Bruegel, La Torre di Babele, 1563

Nel testo biblico della Genesi si narra la vicenda emblematica della Torre di Babele. Molti uomini si trovavano radunati in una pianura del paese di Sennaar. Allora sulla terra si parlava una sola lingua comune. Fu così che gli uomini si accordarono per realizzare un’opera architettonica che li ospitasse tutti in comunità. Con il fuoco cossero i mattoni e li unirono con il bitume per realizzare una altissima torre elevata al cielo. Ma dall’alto del cielo Dio vide gli uomini nell’atto di costruire l’edificio. Decise così di confondere le lingue in modo che essi non potessero più comprendersi fra di loro ed abbandonassero il progetto architettonico: “Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra”. L’antica esegesi del testo voleva che la decisione di Dio fosse causata dalla temerarietà degli uomini i quali volevano avvicinarsi al cielo più di quanto fosse loro possibile. Per questo motivo Dio volle punirli confondendone le lingue ed i piani. Una versione differente vorrebbe l’intervento divino come un modo per garantire la popolazione dell’intera superficie terrestre, evitando la convergenza degli uomini ad un unico luogo. Nella storia si è voluto identificare la Torre con la ziqqurat Etemenanki, presso Babilonia. Erodoto ne racconta la grandezza oggi misurata sui resti in un quadrato di base di 91 metri. A tale misura immensa per l’epoca forse gli Ebrei attribuirono l’empietà verso Dio.

Nel 1842 Giuseppe Verdi musica il libretto Nabucodonosor di Temistocle Solera. La trama, ricavata dai testi biblici, affronta l’esilio babilonese del popolo ebreo sotto la tirannia di Nabucodonosor. In quest’opera le istanze patriottiche del popolo ebreo (ne sia un esempio il coro Va’ pensiero sull’ali dorate) si intrecciano ad altre dinamiche più personali e proprie di ciascun carattere: l’empietà di Nabucco, la fede integra di Zaccaria, l’ira e la brama di potere di Abigaille.

W. Blake, Nabucodonosor, 1795, Londra Tate gallery

W. Blake, Nabucodonosor, 1795, Londra Tate gallery

Proprio Nabucco accoglie su di sé la punizione divina per la insolente arroganza con la quale schernisce Dio davanti al suo popolo. Non appena egli conquista Gerusalemme si rivolge al sacerdote ebreo Zaccaria dicendo “ben l’ho chiamato in guerra / ma venne il vostro Dio? / Tema ha di me, resistermi, / stolti, chi mai potrà?”: questo primo affronto gli varrà l’appellativo di maledetto da parte del popolo ebreo intero al termine del primo atto. La preghiera dei fedeli arriva fino a Dio che non resta in disparte quando, nel secondo atto, Nabucco rincara la dose temeraria. Una volta radunati i nuovi prigionieri il re pretende di essere venerato come un nume: “ascoltate i detti miei… / v’è un sol Nume… il vostro Re!” e poi ancora “il volto / a terra ormai chinate, / me Nume, me adorate”. La tracotanza di Nabucco, accolta nello stupore generale persino dai suoi sudditi, arriva all’acme quando egli grida a gran voce ai presenti “non son più Re, son Dio!!”. È la forza di un istante: un fulmine squarcia il cielo e scarica a terra una scossa di tale potenza da condurre tutti i presenti a disordine. Ma più confusa di tutti appare la faccia del re, millantato Dio ed ora punito con la follia. Negli occhi ora egli vede spettri (chissà che non siano veri demoni vendicatori) i quali lo perseguitano (“chi mi toglie il regio scettro? / qual m’incalza orrendo spettro! /chi pel crine ohimè m’afferra? Chi mi stringe?… chi m’afferra?”). Il Dio che era stato offeso dalla insolenza del re ha voluto manifestare la propria punizione sulla terra: il popolo d’Israele accoglie con la voce attonita e silenziosa la follia del re cantando “o come il cielo vindice / l’audace fulminò!”. Quello della punizione e della vendetta è un topos letterario frequente nelle opere verdiane. Anche nell’Aida del 1871 il popolo d’Egitto canta al Nume custode e vindice.

Gli esempi di una certa tendenza umana a valicare quel limite tra uomo e dio si rintracciano in molteplici casi della storia della letteratura e forse anche della Storia in senso proprio: dagli inganni di Tantalo che sfidò gli dei all’incoronazione degli imperatori romani quali Divi. Ma se gli imperatori rivestivano di ufficialità e riconoscimento pubblico la loro “divinizzazione”, all’uomo comune (Bellerofonte) non era concessa questa ascesa, tanto meno poi ai nemici di Dio (Nabucodonosor). A noi rimane la narrazione e talvolta le riflessioni postume a questa empietà che, presto o tardi, in maniera tenue o furiosa, tuttavia viene pur sempre atterrata.

http://www.youtube.com/watch?v=i0WCju6DM3I

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