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Nostoi

Il lavoro, la speranza di un futuro migliore, le esigenze economiche, i progetti di studio, le liti, le guerre fatte o subite, i viaggi interminabili, le atrocità militari, la fame, la possibilità di ricostruirsi una identità, la solitudine, l’amore. Quanti motivi differenti fra loro conducono gli uomini a muoversi nel mondo, a spostarsi sulla superficie terrestre abbandonando la propria casa natale, in cerca delle più svariate cose. Kant diceva che la guerra e la diversità delle lingue sono il mezzo per popolare tutta la nostra terra in ogni suo spazio, abbandonando continuamente il proprio luogo stabile per espandersi. Ma una domanda sorge spontanea: ed una volta arrivati? Come sarà la vita nuova lontano dal proprio luogo d’origine? È certo una domanda attualissima, tanto più per noi Italiani che ospitiamo alti numeri di “immigrati” di ogni dove e fin troppo spesso vogliamo vedere questo fenomeno solo dall’ottica degli ospiti “invasi”. Ma esiste la prospettiva degli ospitati, costretti a fuggire da un luogo che avrebbe portato loro la morte o che li avrebbe privati dei beni essenziali per la vita; fuggiti da un luogo che, per quanto insicuro e spesso mortifero, tuttavia è pur sempre la loro casa ed è sognata e desiderata costantemente nella speranza di potervi ritornare un giorno. E questa prospettiva non dovrebbe scioccarci troppo poiché fu anche nostra per molto tempo: gli Italiani emigranti verso le Americhe nutrivano una nostalgia del Bel paese tanto forte da crearne piccole immagini ridotte nei luoghi d’arrivo, come la Little Italy di New York.

Busto di Ulisse

Busto di Ulisse

La letteratura di ogni tempo ha meditato ed elaborato il tema del viaggio e della lontananza da casa proprio perché si rendeva conto che questo era una parte così rilevante e forte dell’uomo e della sua vita. L’uomo greco viaggiava moltissimo e, per questo, era destinato a mancare da casa per tempi molto lunghi. Lo sa bene il povero Ulisse che vagò per venti anni lontano dalla natia Itaca: dieci per combattere la “sacra rocca di Troia” ed altrettanti per fare ritorno a casa, passando per le innumerabili rocambolesche avventure raccolte nel poema Odissea. Il desiderio più grande di Ulisse è proprio il ritorno a casa. Quando era partito, la moglie aspettava il loro primo figlio Telemaco, che egli non poté veder nascere perché impegnato, suo malgrado, a combattere. Ma appena finita la battaglia, con lo stratagemma del Cavallo di Troia, tutti i generali poterono tornarsene a casa: è la sezione epica chiamata nostoi, cioè “ritorni”, e quello di Ulisse fu un vero nostos-algos, dolore per il ritorno. Il proemio dell’Odissea si apre proprio con il viaggio: “narrami o Diva dell’eroe multiforme che tanto vagò dopo che distrusse la rocca sacra di Troia […]molti dolori patì sul mare in animo suo per acquistare a sé la vita ed il ritorno ai compagni”. Da un lato tutti i compagni e i generali di guerra erano arrivati alle rispettive case; dall’altro lato egli, soffrendo e sperando per tutti, egli, che “bramava il ritorno e la moglie”, era ancora per mare presso Calipso.

Gulliver e i Lillipuziani

Gulliver e i Lillipuziani

I grandi esploratori, degni di eterna memoria, del romanzo d’avventura ci riportano il tema del viaggio e della scoperta dopo un Medioevo apparentemente (e ribadisco, apparentemente, basti pensare alle Crociate) sedentario. Ma sono personaggi che con il viaggio trascorrono tutta la loro vita e non sanno staccarsene.

Robinson Crusoe è forse l’esempio del viaggiatore più sfortunato di tutti. Costretto ad un esilio involontario di venticinque anni su di un’isola semi-deserta, riuscito a liberarsi grazie al fortuito arrivo di una nave inglese che lo raccolse e scoperto che la sua modesta proprietà aveva fruttato un ingente patrimonio, egli pensò bene di vendere tutto e di rimettersi in mare per prendere possesso di quell’isola in cui aveva trascorso un quarto di secolo, diventandone governatore. In questo caso il desiderio di tornare a casa era ben poco radicato: o forse la sua vera casa era diventata l’isola e la nostalgia si dirigeva proprio a quella. Analogamente avviene in Lemuel Gulliver, accanito viaggiatore e scopritore di terre fantastiche. Il suo desiderio di fare ritorno a casa era talmente poco radicato in animo che egli rincasò diverse volte ma non seppe restarvi più di qualche tempo: volle sempre ripartire per quei misteriosi ed affascinanti viaggi in posti sconosciuti.

Mi ricongiungo alle isole greche con l’ultimo poeta di cui scrivo, benché la lista di chi scrisse del “tetto natio” potrebbe essere estesa ancora a moltissimi nomi. Ma se Ulisse provava commozione e nostalgia crescenti al ricordo di Itaca, altrettanto farà Ugo Foscolo per la sua nativa Zacinto, isola greca del gruppo delle Ionie, delle quali la terra di Ulisse è parte. Pubblicato nel 1802, il sonetto A Zacinto ci rivela il più profondo e commosso sentimento di nostalgia di un uomo che sogna la sua terra ma è consapevole di non potervi più tornare.

Zacinto, spiagge

Zacinto, spiagge

Tuttavia il riferimento al paese natio si tinge di un tono delicatissimo e di immagini assai significative, pregne di quella bellezza che tanto stava a cuore a Foscolo. Nelle prime parole del sonetto si combinano in uno sposalizio incantevole il tema del ricordo dell’infanzia e della rassegnazione per un tempo che non potrà più venire: è l’immagine del corpo fanciulletto che sta disteso sulle spiagge sabbiose e rocciose dell’isola, lambito dalla marea leggera ed azzurra del mare Ionio. Un corpo che richiama alla nostra mente la nascita di Venere dal mare ed il suo arrivo sulla spiaggia grazie ai delfini che la trasportano fin sulla sabbia. Il paragone di Foscolo è proprio all’Ulisse di cui parlavamo sopra. L’eroe antico cui toccò fama e sventura ebbe la possibilità di riabbracciare la propria famiglia e di ricongiungersi ad essa nelle amata petrosa Itaca. Ma la stessa sorte non meritò Foscolo che da lontano salutava l’isola natia e nutriva la convinzione che non l’avrebbe più rivista: “Tu non altro che il canto avrai del figlio…”. Torna la lontananza dalla casa natale che possiamo leggere anche nel sonetto In morte del fratello Giovanni. Anche lì ricompare la peregrinazione eterna di un uomo (s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente) il quale saluta con profonda rassegnazione i suoi cari da lontano (ma io deluse a voi le palme tendo / e sol da lunge i miei tetti saluto”).

Il viaggio è un pezzo costitutivo di un uomo che, già per il fatto di possedere due gambe, può camminare e muoversi nello spazio, andare sempre più lontano e combinare la capacità di camminare con quella di vedere cose sempre nuove. Spesso le motivazioni di questo viaggio sono tutt’altro che positive, felici. Ma chi rimane lontano da casa per lunghi periodi, sia esso in esilio, sia esso in tempi lavorativi od in vacanza, l’immagine della casa d’origine accompagna i pensieri e rimane ancorata in un angolo del cuore. Parlarne è non solo una delle cose più ovvie e salutari, metodo di liberazione di ansie e nostalgie assolutamente comuni, ma sa anche offrire il materiale per un lirismo poetico di assoluta eccezionalità. Perché infondo le cose più belle ci vengono nei momenti di profonda commozione. E nei “ritorni” questa commozione è sempre maggiore e crescente: perché i viaggi più belli sono quelli verso casa.

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