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Pia come la racconto io

Camminando nel Purgatorio fra le anime che hanno perso la vita per morte violenta accade a Dante di scambiare pochissime parole con una persona singolare. L’incontro, fugace e molto struggente, è diventato uno degli istanti più intensi dell’intera Commedia: l’incontro con Pia dei Tolomei da Siena.

Dante e Vergilio con Pia (incisione di Dorè)

Dante e Vergilio con Pia (incisione di Dorè)

La storia non ci riporta informazioni sufficienti a definire bene l’immagine di Pia. Sappiamo che fu probabilmente la prima moglie di Nello dei Pannocchieschi, proprietario terriero in Maremma e podestà di Lucca e Volterra. È incerto pure se a condurla a morte sia stata la gelosia o calcoli matrimoniali del marito per sposare Margherita Aldobrandeschi che i documenti riportano come sua seconda moglie: è ben noto invece che lui fece rinchiudere Pia in una sua torre nella Maremma e lì la poveretta andò incontro alla morte, quasi certamente per assassinio.
L’incontro di Dante con la donna avviene al termine del canto V del Purgatorio ed è caratteristico per la sua brevità e per il tono familiare con il quale la Senese si rivolge al poeta. In soli sei versi Pia dei Tolomei prega Dante di custodire il suo ricordo, una volta tornato al mondo, e condensa tale richiesta nel verso “ricorditi di me, che son la Pia”. L’aver collocato il verbo in posizione iniziale enfatizza moltissimo l’urgenza della supplica: Pia sta veramente pregando il poeta, come fosse un amico, di ricordarla in terra cosicché le preghiere di Dante possano aiutarla nel suo soggiorno temporaneo presso il monte del Purgatorio. Inoltre la scelta di Pia di usare l’articolo davanti al suo nome accorcia la distanza fra lei e l’interlocutore, come se nella mente di Dante “la Pia” per antonomasia fosse proprio quella che ha difronte. L’anima penitente non risparmia anche un riferimento alla propria storia personale: “Siena mi fe’, disfecemi Maremma” è il semplice verso che riporta l’origine senese di Pia e il luogo di morte nelle terre maremmane del marito. E a quest’ultimo va il riferimento che chiude il canto, con una vena di risentimento nella voce dell’anima.

S. Ussi, Pia de' Tolomei

S. Ussi, Pia de’ Tolomei

Il ricordo di Pia deve essersi assopito per moltissimo tempo visto che dal XIV secolo al XIX non se ne menzionò il nome. Solo nel 1822 un poemetto di Bartolomeo Sestini riportava la storia della donna senese all’attenzione del pubblico. Lo scritto di Sestini costituì il testo di partenza sul quale Salvadore Cammarano compose il libretto “Pia de’ Tolomei”musicato da Gaetano Donizetti nel 1837 e fu solo allora che il pubblico ritrovò il fascino e l’attenzione per quella vicenda che Dante aveva voluto raccontare nella sua opera maggiore. La trama operistica di Donizetti intreccia la dolorosa morte di Pia con gli scontri fra Guelfi e Ghibellini nell’Italia del XIII secolo: alla prima fazione appartiene il fratello di lei Rodrigo mentre il marito Nello è affiliato ai Ghibellini e tiene prigioniero il cognato. Pia aiuta il fratello ad evadere e si abbraccia con lui ma il malvagio Ghino, bramoso della donna e non ricambiato, scambia tale abbraccio fraterno per un incontro amoroso e svela tutto al marito geloso. L’ira di Nello porterà Pia alla prigione nella torre dove sarà avvelenata e spirerà accanto a marito e fratello i quali, divenuti consapevoli dei misfatti di Ghino, sono invano corsi a salvare l’amata Pia e ora si ricongiungono in pace. Rispetto all’originale racconto dantesco il sentimento del marito in Donizetti è autenticamente commosso e dispiaciuto per la tragica sorte di Pia: quando Ghino svela il suo inganno e si muore, Nello si precipita al carcere invocando Dio affinché salvi la sposa. Ma tutto sarà inutile.

Donizetti ha puntato i riflettori dell’attenzione artistica su una storia che molti altri dopo di lui hanno ripreso e raccontato: da ultimi Marco Frisina e Gianna Nannini. Il compositore romano ha inserito l’episodio di Pia dei Tolomei nella sua grandiosa opera Divina Commedia (2007) dove ha musicato un libretto liberamente ispirato alle cantiche dantesche. Tutt’altro genere di lavoro invece è stato quello di Gianna Nannini che ha convogliato i lamenti e i racconti di Pia in una forma dai timbri tipicamente rock. A Pia è dedicato un intero album di testi ed un musical che la Nannini allestì in diversi luoghi d’Italia. Nel testo dell’omonima canzone si legge la rassegnazione di una donna consapevole della propria innocenza e della propria sorte: “dolente Pia innocente e prigioniera, col capo chino, la fronte al seno, pensi a quei giorni del passato, ricordi in fior”.

Il Ponte della Pia, presso Rosia. La leggenda vuole che il fantasma di Pia appaia vestito di bianco nelle notti di luna piena e attraversi il ponte senza toccarlo.

Il Ponte della Pia, presso Rosia. La leggenda vuole che il fantasma di Pia appaia vestito di bianco nelle notti di luna piena e attraversi il ponte senza toccarlo.

L’aspetto che più di tutti lascia il sapore dell’evento tragico che incombe è la contemplazione della natura attorno alla torre: giunge primavera e tutto rifiorisce ma non per Pia che è destinata a morire (“la vita torna nel castello ma non per me”): ciononostante in tutto il testo si fa chiaro il desiderio che il marito torni, l’attesa che arrivi il suo cavallo.

Non tornerà mai il marito di Pia per salvarla. Se le molte narrazioni della vicenda differiscono sui fatti, i modi, le cause, tuttavia la fine è unanime. Pia si avvia alla morte in prigione e lontano dall’amato atteso marito. Donizetti riesce a ricongiungerli sulla soglia della vita ma è un istante in cui Pia può giusto perdonare il marito. Ma poi arriva sempre la fine tragica. Al pubblico lascia il sapore di una violenza brutale perpetrata ai danni di una donna, un precedente storico di quella barbarie contemporanea chiamata “delitto d’onore”. E a noi lontani nel tempo ma pur sempre vicini non resta che contemplare il candore della Pia dantesca e moderna e condannare con quanta forza possibile ogni violenza sulle donne.

 

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