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“Portando in mano… il teschio mio…”

Portavoce italiana della sensibilità e del gusto romantico europeo, l’opera verdiana non può non mettere in scena i personaggi più caratteristici di quelle storie e racconti provenienti dall’Europa shakespeariana, schilleriana e hugiana. Così nei libretti ritroviamo gli amanti, gli antagonisti spietati, gli ordini religiosi, i potenti sovrani e, non da ultimi, gli spettri. In Verdi non manca mai una prospettiva sull’al di là, sul futuro dell’uomo. Lo spettro diventa il ponte di raccordo fra il mondo terreno, con le sue tragedie, i dolori, le vendette, ed il mondo ultraterreno, fatto di giustizia e talvolta di tormenti.

Nabucodonosor II nel dipinto di W. Blake (immagine da it.wikipedia.org)

Nabucodonosor II nel dipinto di W. Blake (immagine da it.wikipedia.org)

Il 9 marzo 1842 il Maestro di Busseto debuttava alla Scala con Nabucodonosor, storia del popolo ebraico deportato in Babilonia con supreme ed evidenti tinte patriottiche. Al termine della parte II troviamo un Nabucco particolarmente audace nel pronunciare affermazioni contro il Dio del popolo ebraico che, a suo giudizio, non è stato neppure in grado di difendere i suoi fedeli dalla furia babilonese. Questa considerazione lo spinge all’empia affermazione “non son più Re!! son Dio!!”. Il suono delle trombe misto all’agitarsi degli archi evoca il tuono ed il fulmine con le quali Dio interviene sul temerario babilonese riducendolo a terra: a questo punto ha inizio il delirio di Nabucco che vede attorno a sé solo spettri e fantasmi. Il ritmo incalzante della musica sostenuta dagli archi accompagna le parole del re “chi mi toglie il regio scettro?… qual m’incalza orrendo spettro!.. chi pel crine ohimè m’afferra? Chi mi stringe?… chi m’atterra?”. I punti di sospensione e la frequenza delle domande ci danno il senso della paura e del disorientamento che ha colto Nabucco per intervento di quel Dio che “l’audace fulminò”. Ora il cuore del re non è più coraggioso e fiero come nel primo atto, bensì e preda di forti emozioni e di sgomento tanto da affermare “perché, perché sul ciglio una lacrima spuntò?”. La stessa voce si addolcisce nell’evocare la figlia Abigaille perché soccorra il padre: ma lei non vede gli spettri ed in cuor suo nutre già il risentimento verso Nabucco che dominerà la parte III.

Dovevano passare 5 anni perché al Teatro Pergola di Firenze Verdi mettesse in scena Macbeth.

L'apparizione di Banco (immagine da it.wikipedia.org)

L’apparizione di Banco (immagine da it.wikipedia.org)

Nella trama ricavata da Shakespeare troviamo nuovamente lo spettro ma con nuove dinamiche e particolari funzioni. È lo spettro di Banco, assassinato su ordine di Macbeth stesso: Verdi non gli assegna alcuna battuta ma ne dispone solo la comparsa furtiva, sufficiente a causare il massimo turbamento nel re di Scozia. Infatti Macbeth e la moglie sono ad un banchetto e stanno intrattenendo gli ospiti. Gli è appena stata confermata la morte di Banco quando egli, sedendosi a tavola, lo vede comparire credendolo uno scherzo e provocando la curiosità dei presenti. La domanda alla moglie rivela tutta la paura del re (“il sepolcro può render gli uccisi?”) ma, dal momento che nessuno vede lo spettro, egli viene creduto pazzo (“voi siete demente!”). Appena dopo il brindisi il fantasma riappare di nuovo generando nuovo panico nel re: “va, spirto d’abisso!… spalanca una fossa, o terra, e l’ingoia… […] quel guardo a me volto trafiggemi il cor!”. Il terrore dilaga tra gli ospiti che non comprendono nulla. Lady Macbeth mette a tacere il marito, definendolo pazzo: non sa la regina che nell’atto successivo sarà lei stessa a diventare preda del delirio ossessivo di avere le mani sporche di sangue.

L’11 marzo 1851 la Fenice di Venezia vedeva per la prima volta Rigoletto.

L'insuperato Leo Nucci interpreta Rigoletto nel momento della maledizione (immagine da ioco.de)

L’insuperato Leo Nucci interpreta Rigoletto nel momento della maledizione (immagine da ioco.de)

Nel primo atto compare il personaggio altissimo di Monterone, la cui figlia è stata sedotta dal Duca di Mantova. Egli chiede vendetta per l’offesa subita e non riceve altro che nuovi dileggi da parte del buffone di corte Rigoletto. Quest’ultimo infatti deride Monterone per esser venuto a corte “a reclamar l’onore” della figlia ed attira su di sé la pronta maledizione del padre disperato. Monterone invoca Dio di poter vendicare l’offesa e promette che, anche se condannato a morte, tornerà in forma di spettro a cercare vendetta tormentando l’esistenza del Duca (come già Banco con Macbeth). L’esecuzione di Monterone è inevitabile ed egli viene catturato dagli alabardieri ma, uscendo da corte, egli ha il tempo di lanciare la grande maledizione sul Duca e sul buffone: il primo si è reso colpevole di seduzione ed ha mandato a morte un vecchio padre disperato, il secondo (definito serpente) ne ha deriso il dolore. È destino che la stessa sorte di padre tocchi poi  allo stesso Rigoletto, la cui figlia Gilda patirà la stessa vicenda della figlia di Monterone. Proprio la “maledizione” accompagnerà ogni istante dell’opera: la ritroviamo nel preludio con una serie di note che corrispondono esattamente all’ossessione frequentissima di Rigoletto “quel vecchio maledivami!”. Sarà  la maledizione a concludere l’opera, cantata da Rigoletto che ha appena salutato la figlia morente fra le sue braccia: così lo spettro di Monterone non ha motivo di comparire poiché la sua vendetta ha ottenuto inevitabile e tragico successo.

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